Dalla formazione veneziana alla Biennale del 2017, il percorso di un artista che trasforma rovine, riflessi, architetture e processi naturali in dispositivi di memoria.
Giorgio Andreotta Calò è nato a Venezia nel 1979 e vive e lavora tra l’Italia e i Paesi Bassi. La sua pratica comprende scultura, installazione, fotografia, film e interventi diretti sull’architettura. Il punto di partenza non è quasi mai un oggetto isolato, ma un luogo sottoposto a osservazione, trasformazione e riuso: un edificio, una superficie d’acqua, un frammento di materia, una struttura industriale o una traccia storica. Le opere nascono così da processi lunghi, spesso legati alla ricerca sul campo e alla possibilità di rendere visibili passaggi temporali normalmente non percepibili.

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Formazione tra Venezia, Berlino e Amsterdam
Andreotta Calò ha studiato scultura all’Accademia di Belle Arti di Venezia dal 1999 al 2005 e ha proseguito la formazione alla KunstHochSchule di Berlino tra il 2003 e il 2004. Nel 2005 ha conseguito il diploma con una tesi dedicata a Gordon Matta-Clark, artista noto per aver trasformato edifici esistenti attraverso tagli e aperture capaci di modificare la percezione dello spazio. Tra il 2001 e il 2003, e nuovamente nel 2007, Andreotta Calò ha lavorato come assistente di Ilya ed Emilia Kabakov. Dal 2009 al 2011 è stato artista residente alla Rijksakademie van Beeldende Kunsten di Amsterdam.
Queste esperienze aiutano a comprendere perché il suo lavoro non si esaurisca nella produzione di forme autonome. L’interesse per Matta-Clark porta l’attenzione verso l’architettura come materia modificabile, mentre il confronto con i Kabakov introduce una riflessione sulla memoria, sulla finzione e sulla costruzione di mondi paralleli. La residenza olandese consolida invece un metodo basato sull’indagine, sulla permanenza nei luoghi e sulla raccolta di materiali. In questo quadro, l’opera non coincide soltanto con il risultato finale: comprende anche il tempo necessario a individuare, spostare, esporre o trasformare ciò che il luogo già contiene.
Uno stile fondato su materia, riflesso e durata
Lo stile di Andreotta Calò si riconosce nell’uso di materiali trovati, elementi architettonici, superfici riflettenti e dispositivi che obbligano lo spettatore a cambiare posizione. L’acqua ha spesso una funzione ottica e concettuale: riflette l’architettura, altera l’immagine del luogo e introduce una soglia instabile tra ciò che è presente e ciò che appare. Anche la luce, il buio, la ruggine, la corrosione e l’azione degli agenti atmosferici diventano strumenti di lavoro. La scultura, in questa prospettiva, è meno una forma conclusa che una condizione esposta al tempo e alle trasformazioni ambientali.
Le opere principali e il rapporto con il luogo
Tra i lavori iniziali si colloca “Atto Terzo. Volver“, presentato nel 2009: il video mostrava l’artista su una piccola barca sospesa a una gru, con una visione dall’alto dell’area circostante. In “Prima che sia notte“, opera premiata dal MAXXI nel 2012, il rapporto tra esperienza individuale, spazio urbano e architettura costituiva il centro della ricerca riconosciuta dalla giuria. Il progetto “Anastasis“, realizzato per la Oude Kerk di Amsterdam, affrontava invece la storia della conversione dell’edificio dal cattolicesimo al protestantesimo e il tema dell’iconoclastia.

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Nel 2017 Andreotta Calò ha partecipato al Padiglione Italia della 57ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, curato da Cecilia Alemani insieme a Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey. Per quella sede ha realizzato “Senza Titolo (La fine del mondo)”, intervento nel quale una struttura di ponteggi conduceva verso una quota sopraelevata e un’ampia superficie d’acqua rifletteva l’architettura delle Tese delle Vergini all’Arsenale. Il progetto rendeva il visitatore parte di un dispositivo percettivo: l’edificio storico non veniva semplicemente osservato, ma ricomposto attraverso il riflesso e il movimento nello spazio.
Un altro passaggio decisivo è “CITTÀDIMILANO”, mostra personale presentata da Pirelli HangarBicocca dal 14 febbraio al 21 luglio 2019. Il progetto prendeva avvio dalla storia industriale e urbana di Milano e includeva opere sviluppate attraverso materiali, immagini e strutture legate alla città. Il titolo, scritto senza spazi, indicava una città considerata come corpo fisico e archivio di trasformazioni. La mostra confermava l’interesse dell’artista per gli ambienti in cui l’architettura non è sfondo, ma agente della ricerca e superficie sulla quale si depositano lavoro, infrastrutture e memoria collettiva.
Musei, collezioni e continuità della ricerca
Il rapporto con le istituzioni italiane comprende il Premio Italia Arte Contemporanea del MAXXI, assegnato ad Andreotta Calò nel 2012 per la capacità di mettere in relazione esperienza individuale, spazio architettonico e spazio urbano. Nel 2024-2025 il museo di Ca’ Pesaro a Venezia gli ha dedicato il progetto “Scultura lingua morta”, curato da Elisabetta Barisoni, costruito in relazione alle collezioni della Galleria Internazionale d’Arte Moderna e in particolare al confronto con la scultura di Arturo Martini. Questi episodi mostrano come la sua opera venga riletta attraverso sedi, archivi e storie museali differenti.
La posizione di Andreotta Calò nella scena contemporanea italiana dipende quindi da una ricerca che unisce intervento fisico e costruzione di immagini, storia locale e dimensione internazionale. Venezia rimane un riferimento concreto, non soltanto biografico: è una città fondata su acqua, stratificazioni, manutenzione e instabilità, elementi che ricorrono nella sua pratica senza trasformarsi in semplice tema illustrativo. Le opere chiedono di considerare il paesaggio come un archivio attivo, nel quale materiali, edifici e gesti continuano a produrre significati anche dopo la conclusione dell’azione artistica.
Dove e quando è nato Giorgio Andreotta Calò?
Giorgio Andreotta Calò è nato a Venezia nel 1979.
Dove ha studiato Giorgio Andreotta Calò?
Ha studiato scultura all’Accademia di Belle Arti di Venezia e alla KunstHochSchule di Berlino, dove ha concluso la formazione nel 2005.
Quali sono le opere più note di Giorgio Andreotta Calò?
Tra i lavori più documentati figurano "Atto Terzo. Volver", "Prima che sia notte", "Anastasis" e "Senza Titolo (La fine del mondo)".
A quale edizione della Biennale di Venezia ha partecipato?
Nel 2017 ha partecipato al Padiglione Italia della 57ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, curato da Cecilia Alemani.
Quali materiali e temi caratterizzano il suo stile?
La sua ricerca utilizza materiali trovati, architetture, acqua, riflessi e immagini in movimento per affrontare memoria, trasformazioni del paesaggio e rapporto tra spazio urbano e storia.
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