Dalla Guatemala City degli anni Novanta alle collezioni di MoMA, Tate e Guggenheim, la ricerca di Regina José Galindo usa il corpo per indagare potere, genere e memoria storica.
Regina José Galindo è un’artista e poetessa guatemalteca nata nel 1974 a Guatemala City, dove vive e lavora. La performance costituisce il nucleo della sua pratica, spesso affiancata da video, fotografia e azioni realizzate nello spazio pubblico. Il suo lavoro prende avvio dalla storia del Guatemala, ma estende l’indagine alle forme internazionali della violenza politica, della discriminazione di genere e dello sfruttamento economico. In questa prospettiva il corpo dell’artista non è soltanto un mezzo espressivo: diventa il luogo concreto in cui si rendono visibili rapporti di potere e responsabilità collettive.
Formazione e contesto guatemalteco
Galindo si forma al di fuori di un percorso accademico tradizionale nelle arti visive e inizia a pubblicare poesia prima di concentrarsi sulla performance. Questa origine letteraria resta leggibile nella struttura delle sue azioni, spesso costruite come testi brevi e irreversibili, fondati su un gesto preciso, un luogo e una durata. Il contesto guatemalteco è decisivo: la guerra civile terminata nel 1996, le disuguaglianze sociali e la violenza contro le donne costituiscono riferimenti storici e politici ricorrenti. L’artista non illustra questi temi, ma li trasferisce nella vulnerabilità fisica di un corpo presente.

Fonte immagine: aap.cornell.edu
Dalla scena internazionale al Leone d’Oro
La svolta internazionale arriva con la partecipazione alla Biennale di Venezia del 2001, dove presenta “El dolor en un pañuelo” e “Piel”. Nel 2005, alla 51ª Biennale, riceve il Leone d’Oro come miglior artista under 35 per “Himenoplastia“, mentre nello stesso contesto presenta anche “Golpes” e “¿Quién puede borrar las huellas?”. Il riconoscimento veneziano non separa la sua ricerca dal contesto politico: rende invece evidente come una pratica basata sull’autolesposizione possa affrontare documenti, traumi e violenze che la rappresentazione tradizionale tende a neutralizzare.
In “¿Quién puede borrar las huellas?“, realizzata nel 2003 a Guatemala City, Galindo cammina verso il Congresso portando una bacinella colma di sangue umano e lasciando impronte sul percorso. L’azione si riferisce alla candidatura presidenziale dell’ex dittatore Efraín Ríos Montt e traduce la memoria dei crimini politici in una traccia fisica nello spazio urbano. Il gesto è semplice, ma la sua ripetizione modifica il rapporto tra pubblico e testimonianza: chi assiste non riceve una narrazione già composta, bensì incontra una sequenza di segni che collega istituzioni, strada e responsabilità storica.
Opere principali: genere, violenza e controllo del corpo
Tra le opere più analizzate figura “Himenoplastia” del 2004, video della ricostruzione chirurgica dell’imene affrontata dall’artista per mettere in discussione l’idea della verginità come requisito morale e sociale. In “Perra“, del 2005, Galindo incide la parola spagnola “perra” sulla propria coscia, collegando l’insulto rivolto alle donne alla violenza esercitata sui corpi femminili. Nello stesso anno, “279 golpes” organizza una serie di colpi inferti dietro una parete: il numero allude alle donne assassinate in Guatemala dall’inizio dell’anno fino al momento dell’azione.
La violenza non viene presentata esclusivamente come un atto subito dall’artista. In “Confesión“, del 2007, Galindo viene trascinata e immersa nell’acqua da un uomo, evocando le tecniche di waterboarding e il rapporto tra tortura, autorità e obbedienza. L’azione nasce dal confronto con documenti declassificati della CIA e sposta l’attenzione dalla singola esperienza alla dimensione istituzionale della violenza. Il corpo resta quello dell’artista, ma la scena costruisce una responsabilità condivisa tra chi agisce, chi guarda e i sistemi politici che rendono possibile l’abuso.

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“Tierra” e il paesaggio come campo di conflitto
In “Tierra”, performance del 2013 acquisita dal Museum of Modern Art, Galindo appare nuda su un appezzamento di terreno mentre una ruspa scava progressivamente intorno a lei. L’opera nasce dall’ascolto del processo per genocidio e crimini contro l’umanità contro l’ex presidente guatemalteco Ríos Montt, celebrato nel 2012. Il movimento della macchina introduce una relazione diretta tra sfruttamento della terra, lavoro e vita umana: il suolo non è uno sfondo neutro, ma un territorio sottoposto alla stessa logica di appropriazione che colpisce i corpi.
Il rapporto tra performance e documentazione è centrale nello stile di Galindo. L’azione esiste nel tempo e nella presenza fisica, ma video e fotografie ne conservano una forma successiva, destinata a circolare nei musei e nelle collezioni. Questa doppia condizione produce una tensione: il documento rende l’opera accessibile a chi non era presente, mentre ricorda che la performance originale non può essere completamente ricostruita. Per questo Galindo ricorre spesso a inquadrature essenziali, suoni ambientali e gesti ripetuti, evitando di trasformare la sofferenza in spettacolo narrativo.
Musei, collezioni e eredità critica
Le opere di Regina José Galindo sono presenti in collezioni come quelle del MoMA di New York, del Solomon R. Guggenheim Museum, della Tate, del Centre Pompidou, del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, del Castello di Rivoli e del Pérez Art Museum Miami. Il MoMA documenta in particolare “America’s Family Prison” del 2008, “Looting” del 2010 e “Tierra” del 2013. La presenza in istituzioni diverse per geografia e storia espositiva conferma la trasferibilità del suo linguaggio, pur mantenendo il Guatemala come punto di partenza politico e biografico.

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L’eredità di Galindo si misura nella possibilità di usare la performance come pratica di ricerca storica, non soltanto come forma di espressione individuale. Le sue opere collegano la violenza di genere alla militarizzazione, la discriminazione razziale allo sfruttamento economico e la memoria nazionale ai dispositivi globali del potere. Il dato autobiografico non conduce al confessionale: viene sottoposto a una costruzione rigorosa, spesso basata su numeri, documenti e riferimenti giudiziari. È questa precisione a impedire che il corpo diventi un’immagine astratta del dolore e a restituirgli una funzione testimoniale.
Chi è Regina José Galindo?
È un’artista e poetessa guatemalteca nata nel 1974 a Guatemala City, conosciuta soprattutto per le sue performance dedicate a violenza politica, genere e rapporti di potere.
Qual è lo stile di Regina José Galindo?
Il suo stile combina performance, video e fotografia. Utilizza il corpo, spesso sottoposto a prove fisiche o a gesti rituali, per costruire opere fondate su documenti, numeri e riferimenti storici.
Quali sono le opere più note di Regina José Galindo?
Tra le opere più note figurano "Himenoplastia", "Perra", "279 golpes", "¿Quién puede borrar las huellas?", "Confesión" e "Tierra".
Quale premio ha ricevuto alla Biennale di Venezia?
Nel 2005, alla 51ª Biennale di Venezia, Regina José Galindo ha ricevuto il Leone d’Oro come miglior artista under 35 per "Himenoplastia".
In quali musei sono conservate opere di Regina José Galindo?
Le sue opere sono presenti, tra le altre, nelle collezioni del MoMA, del Guggenheim Museum, della Tate, del Centre Pompidou, del Reina Sofía e del Castello di Rivoli.
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