La stagione delle dichiarazioni programmatiche non è finita, ma si è frammentata in collettivi, pratiche situate e linguaggi transdisciplinari.
Gli artisti contemporanei continuano a formulare posizioni sul potere, sul corpo, sull’ambiente, sulla tecnologia e sulle istituzioni, ma raramente lo fanno attraverso un manifesto capace di rappresentare un’intera generazione. Il modello novecentesco della dichiarazione collettiva, breve e combattiva, appartiene a un sistema di avanguardie che cercava di sostituire un linguaggio dominante con un altro. Oggi il campo artistico è più esteso, internazionale e disomogeneo: la pluralità non è un effetto laterale, ma la sua struttura.

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Il manifesto come dispositivo storico
Il manifesto futurista pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti nel 1909 mostra con chiarezza la funzione che questo formato avrebbe assunto nel Novecento: non soltanto descrivere un’estetica, ma intervenire pubblicamente nella società. Il MoMA ricorda che i futuristi produssero numerosi manifesti su arti visive, letteratura, musica, danza, cinema e politica, distribuendoli come strumenti di comunicazione e promozione. La loro efficacia dipendeva dalla possibilità di nominare un “noi”, individuare un avversario e indicare una direzione. È precisamente questa compattezza programmatica a risultare oggi più difficile.

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La storia dell’arte, tuttavia, non coincide con una successione di gruppi omogenei. Il Crystalist Manifesto, elaborato a Khartoum nel 1976 da artisti e non artisti, testimonia un modernismo attraversato da dibattiti su originalità, spazio pubblico, spiritualità, nazionalismo e rapporti postcoloniali. Il progetto editoriale del MoMA dedicato ai documenti dell’arte moderna nel mondo arabo mostra quanto il termine manifesto possa appartenere a contesti geografici e politici diversi da quelli canonizzati dai manuali europei. Anche il passato, dunque, è più plurale di quanto suggerisca il racconto delle avanguardie compatte.
Dalla scuola al collettivo temporaneo
Nel presente, la forma collettiva non è scomparsa: si è resa più mobile e meno dipendente da una scuola riconoscibile. Il gruppo croato Gorgona, attivo a Zagabria tra il 1959 e il 1966, riuniva artisti, critici e curatori impegnati in mostre autorganizzate, testi e azioni quotidiane; il MoMA ne sottolinea il rifiuto di una produzione artistica intesa come risultato stabile. È un precedente utile per comprendere molte pratiche attuali: il lavoro può consistere in una rete, in una procedura o in una situazione condivisa, non necessariamente in uno stile comune e immediatamente identificabile.
La Tate ha raccolto esempi recenti di manifesti collettivi legati a questioni di genere, razza e trasformazione istituzionale. Nel 2012 Tania Bruguera ha scritto il “Manifesto on Artists’ Rights”, mentre il collettivo Laboria Cuboniks ha diffuso nel 2015 il “Xenofeminist Manifesto”. Questi testi non propongono necessariamente un programma estetico unitario: definiscono piuttosto strumenti di intervento, diritti, alleanze e forme di dissenso. Il manifesto sopravvive quindi come pratica situata, spesso firmata da un gruppo circoscritto e riferita a un problema concreto, non come codice universale dell’arte.
Una scena costruita per attraversamenti
Le grandi esposizioni internazionali rendono visibile questa trasformazione. La Biennale Arte 2024 ha affiancato un nucleo contemporaneo e uno storico, includendo per la prima volta in posizione centrale il collettivo indigeno amazzonico MAHKU, Movimento dos Artistas Huni Kuin, autore di un’opera di circa 700 metri quadrati sulla facciata del Padiglione Centrale. La scelta non produce una nuova ortodossia: mette in relazione genealogie, ritualità, diaspora e pratiche collettive differenti. Il risultato è una scena organizzata per costellazioni, nella quale l’identità dell’artista non coincide sempre con quella dell’individuo singolo.

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La Biennale Architettura 2025 ha radicalizzato lo stesso modello attraverso “Intelligens. Natural. Artificial. Collective”, con oltre 300 contributi e più di 750 partecipanti tra architetti, ingegneri, matematici, climatologi, filosofi, artisti, cuochi, programmatori, agricoltori e designer. Il dato non dimostra che ogni confine disciplinare sia stato superato, ma indica una precisa direzione curatoriale: affrontare crisi ambientali e tecnologiche mediante forme di intelligenza distribuita. In questo contesto, un manifesto unico avrebbe difficoltà a contenere competenze, posizioni e responsabilità tanto diverse.
Anche la pratica artistica tende a sostituire l’enunciato generale con dispositivi più circoscritti. L’arte concettuale, secondo la definizione della Tate, attribuisce maggiore importanza all’idea che all’oggetto concluso; questa impostazione ha reso possibile lavorare con istruzioni, archivi, performance, conversazioni e forme di partecipazione. Il progetto può così assumere la forma di una regola provvisoria, di un protocollo o di una ricerca condivisa. Non significa che le opere siano prive di posizione: significa che la posizione viene incorporata nella procedura e nel contesto, anziché proclamata come verità valida per tutti.
La pluralità non equivale al silenzio
Dire che l’arte contemporanea non parla con una sola voce non significa descriverla come priva di conflitti o di orientamento politico. Tania Bruguera ha lavorato esplicitamente sul rapporto tra arte, azione sociale e cambiamento istituzionale; Legacy Russell ha sviluppato intorno al concetto di “glitch” una riflessione su rifiuto, sopravvivenza, codifica e trasformazione. Sono posizioni riconoscibili, ma non riducibili a un programma comune. La differenza rispetto alle avanguardie storiche sta nella forma dell’autorità: oggi una voce può essere incisiva senza pretendere di rappresentare l’intero campo.

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Il problema, allora, non è stabilire se il manifesto sia morto, ma capire quale tipo di unità l’arte contemporanea possa ancora costruire. Le esperienze citate indicano almeno tre possibilità: collettivi fondati su una richiesta precisa, reti transdisciplinari organizzate intorno a una crisi, pratiche individuali capaci di produrre effetti pubblici senza diventare programmi generazionali. La scena attuale non parla con una sola voce perché non dispone più di un unico centro estetico, geografico o politico. La sua coerenza, quando esiste, nasce dal confronto tra differenze e non dalla loro cancellazione.
Gli artisti contemporanei usano ancora i manifesti?
Sì. Il formato continua a essere utilizzato da collettivi e artisti, ma oggi è spesso legato a questioni specifiche come diritti, genere, razza, tecnologia o trasformazione istituzionale.
Qual è la differenza tra i manifesti delle avanguardie e quelli contemporanei?
I manifesti delle avanguardie miravano spesso a definire un programma estetico e a rappresentare una scuola. Quelli contemporanei tendono invece a formulare posizioni circoscritte, alleanze o strumenti di intervento.
Che ruolo hanno i collettivi nell’arte contemporanea?
I collettivi possono organizzare mostre, produrre opere, elaborare ricerche o intervenire nello spazio pubblico. La loro identità è spesso temporanea e non dipende da uno stile unico.
Perché le biennali mostrano sempre più pratiche transdisciplinari?
Perché molte questioni attuali, come crisi climatica e trasformazione tecnologica, richiedono il confronto tra competenze artistiche, scientifiche, sociali e progettuali.
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