Salvatore Mangione ha attraversato Arte Povera, arte concettuale e pittura, costruendo un linguaggio riconoscibile tra autoritratto, memoria della storia dell’arte e paesaggio.
Salvo è il nome d’arte di Salvatore Mangione, nato a Leonforte, in provincia di Enna, il 22 maggio 1947 e morto a Torino il 12 settembre 2015. Trasferitosi con la famiglia a Torino nel 1956, l’artista ha sviluppato una ricerca divisa in due momenti apparentemente lontani: la stagione concettuale tra la fine degli anni Sessanta e il 1972 e il ritorno alla pittura avviato nel 1973. In entrambe le fasi, però, ricorrono gli stessi nuclei: la costruzione dell’identità, l’uso del proprio nome, il rapporto con la storia dell’arte e la trasformazione della memoria in immagine.

Fonte immagine: gamtorino.it
Formazione e ambiente torinese
La formazione di Salvo avviene fuori da un’accademia tradizionale e dentro la scena artistica torinese degli anni Sessanta. Nel 1963, ancora giovane, partecipa alla 121ª Esposizione della Società Promotrice delle Belle Arti con un disegno tratto da Leonardo. Dopo un soggiorno a Parigi nel 1968, entra in relazione con gli artisti che gravitano intorno alla galleria di Gian Enzo Sperone e con figure dell’Arte Povera come Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto, Giuseppe Penone e Mario Merz. Con Boetti condivide anche lo studio fino al 1971, in un confronto che segna la sua prima maturità.

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Le opere concettuali e il tema dell’identità
Tra il 1969 e il 1972 Salvo realizza fotografie, fotomontaggi, libri d’artista e lapidi in marmo, sostituendo spesso la figura dell’autore o del protagonista con il proprio volto e il proprio nome. In “Autoritratto come Raffaello” si presenta attraverso la citazione di un maestro della tradizione, mentre nella serie “12 autoritratti” inserisce il proprio viso in immagini ricavate dalla stampa. Le lapidi recano formule come “Io sono il migliore“, “Idiota” e “Respirare il padre”: il linguaggio monumentale viene così applicato a frasi brevi, autobiografiche o paradossali.
Altre opere di questo periodo mostrano come il nome “Salvo” diventi una materia visiva e un principio di riscrittura. In “40 nomi“, del 1971, l’elenco di personaggi illustri procede da Aristotele fino all’artista stesso; nei “Tricolore” il nome appare su superfici divise nei colori della bandiera italiana o composto con lettere al neon. Salvo interviene anche sui testi letterari, riscrivendo opere come “Salvo nel paese delle meraviglie” e “L’isola del tesoro”. Nel 1972 partecipa a Documenta 5 di Kassel, una delle ultime occasioni pubbliche della sua fase concettuale.
Il ritorno alla pittura nel 1973
Nel 1973 Salvo torna alla pittura e mantiene questa scelta fino alla fine della vita. Il passaggio non è una cancellazione dell’esperienza concettuale: la pittura diventa piuttosto un altro modo per interrogare la citazione, l’autore e il tempo storico. Nei suoi d’après, ispirati a maestri come Cosmè Tura, Raffaello e Vittore Carpaccio, l’artista non replica semplicemente l’originale, ma lo riduce, lo ricompone e talvolta vi inserisce la propria immagine. “San Martino e il povero“, dipinto nel 1973 e oggi nella GAM di Torino, esemplifica questa relazione diretta con la tradizione.
La svolta pittorica comprende anche le serie delle “Italie” e delle “Sicilie“, nelle quali la forma geografica della penisola o dell’isola viene accompagnata da nomi di filosofi, pittori e scrittori, fino a quello di Salvo. Dal 1976 compaiono paesaggi con rovine, colonne classiche e cavalieri, dipinti con colori nitidi e variazioni legate alle ore del giorno. L’artista costruisce così un repertorio riconoscibile, ma non immobile: la storia dell’arte, la geografia e il viaggio diventano strumenti per organizzare una pittura in cui l’immagine è insieme reale, citata e inventata.

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Paesaggi, città e geografie immaginate
Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta Salvo amplia il repertorio con case di campagna, chiese, monumenti e vegetazioni di ascendenza giottesca. Dipinge luoghi riconoscibili come San Giovanni degli Eremiti a Palermo e la Torre di Pisa, ma li inserisce in scenari sospesi, regolati da prospettive semplificate e da una luce uniforme. Dopo viaggi in Grecia, Jugoslavia e Turchia, realizza i “mishram”, ispirati alle tombe musulmane di Sarajevo, e le successive “Ottomanie”, dove compaiono minareti e architetture ridotte a segni essenziali.
Negli anni Novanta e Duemila il viaggio continua a fornire soggetti, ma la pittura si concentra sempre più sulla costruzione di luoghi mentali. Salvo lavora su immagini provenienti da Oman, Siria, Emirati Arabi, Tibet, Nepal, Etiopia, Cina, Thailandia, Egitto e Islanda, oltre che da molte regioni europee. A partire dagli anni Duemila affronta anche il tema delle pianure, con un taglio prospettico più aperto. Le colline delle Langhe e del Monferrato, frequentate nei suoi ultimi anni, entrano nella produzione accanto a nature morte, bar, città e paesaggi italiani.
Opere, musei e ricezione critica
Tra le opere e i cicli più utili per comprendere Salvo rientrano “Salvo è vivo”, le lapidi degli anni Settanta, “40 nomi”, le “Italie”, le “Sicilie”, i paesaggi con rovine, le “Ottomanie” e gli interni ispirati alla pittura di Pieter Saenredam. La sua attività è stata presentata in istituzioni come il Museum Folkwang di Essen, il Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, il Musée d’Art Contemporain di Nîmes e la GAM di Torino, che nel 2007 gli ha dedicato un’ampia mostra antologica. Nel 1984 partecipò inoltre alla Biennale di Venezia.

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La posizione di Salvo nella storia dell’arte italiana dipende dalla capacità di tenere insieme pratiche spesso considerate incompatibili: l’appropriazione concettuale e il piacere della pittura, la riflessione sul linguaggio e la riconoscibilità del paesaggio, l’autobiografia e la citazione dei grandi modelli. Il volume “Della Pittura – Imitazione di Wittgenstein”, pubblicato nel 1986, raccoglie in 238 brevi paragrafi le sue riflessioni sulla pittura. Dopo la morte, l’Archivio Salvo ha contribuito alla catalogazione e alla rilettura della sua opera, mentre mostre come “Autoritratto come Salvo” al MACRO di Roma nel 2021 e “Arrivare in tempo” alla Pinacoteca Agnelli nel 2024 hanno riportato al centro la complessità del suo percorso.
Chi era Salvo?
Salvo era lo pseudonimo di Salvatore Mangione, nato a Leonforte il 22 maggio 1947 e morto a Torino il 12 settembre 2015.
Qual è la principale svolta nella carriera di Salvo?
La svolta avviene nel 1973, quando l’artista abbandona temporaneamente la ricerca concettuale e torna alla pittura, sviluppando d’après, paesaggi, città e rovine.
Quali sono le opere concettuali più note di Salvo?
Tra i lavori più noti figurano "Autoritratto come Raffaello", "12 autoritratti", "40 nomi", "Tricolore" e "Salvo è vivo".
In quali musei è stato esposto Salvo?
La sua opera è stata presentata, tra gli altri, al Museum Folkwang di Essen, al Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, al Musée d’Art Contemporain di Nîmes, alla GAM di Torino e alla Biennale di Venezia.
Quali soggetti caratterizzano la pittura di Salvo?
La pittura di Salvo comprende paesaggi con rovine, città, chiese, monumenti, minareti, pianure, nature morte e luoghi ispirati ai suoi viaggi in Italia, Europa, Asia, Africa e Medio Oriente.
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