Alla Ca’ d’Oro di Venezia va in scena un dialogo straordinario tra la Pietà di Giovanni Bellini e il San Sebastiano di Andrea Mantegna.

Immagina di entrare alla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro e trovarti, quasi all’improvviso, in mezzo a un dialogo serrato tra due giganti del Rinascimento. Da una parte la Pietà di Giovanni Bellini, anche conosciuta come Cristo morto con quattro angeli, arrivata da Rimini dopo una lunga assenza dalla laguna. Dall’altra il San Sebastiano di Andrea Mantegna, presenza stabile e simbolica del palazzo, cuore della cappella voluta dal barone Franchetti. Due voci antiche che parlano ancora oggi, eccome se parlano: sono state poste una dinanzi all’altra, in uno spettacolo espositivo emozionale ed evocativo.

La mostra dossier, programmata tra il 21 novembre 2025 e il 6 gennaio 2026, inaugura un progetto itinerante: dopo Venezia, la Pietà proseguirà il suo viaggio verso la Morgan Library & Museum di New York e, in seguito, tornerà a Rimini, dove ritroverà il San Sebastiano del cognato Mantegna in una nuova tappa del loro confronto ideale.

La “Pietà” di Giovanni Bellini, proveniente dal Museo della Città di Rimini, dopo il recente restauro che ha restituito luminosità e profondità alla scena del compianto

La “Pietà” di Giovanni Bellini, proveniente dal Museo della Città di Rimini, dopo il recente restauro che ha restituito luminosità e profondità alla scena del compianto

La Pietà di Rimini, un ritorno che racconta una storia difficile

L’opera esposta alla Ca’ d’Oro è la celebre Pietà custodita da secoli nelle collezioni civiche riminesi, un vero e proprio viaggio dentro la luce e la ferita. Fu commissionata a un giovane Bellini da un esponente di spicco della città romagnola e da allora è diventata una sorta di icona del patrimonio locale.

Il soggetto è sorprendente anche per chi conosce il pittore veneziano. Non c’è la Madonna, non c’è il gruppo tradizionale del compianto. Al centro si trova il corpo di Cristo senza vita, sorretto da quattro angeli. Questa scelta iconografica, piuttosto rara nella produzione di Bellini, è considerata l’ultimo episodio di una serie giovanile dedicata al tema del lutto, una sequenza che avrebbe lasciato un’impronta profonda sulla pittura veneziana del Quattrocento.

La biografia materiale del dipinto è tutt’altro che lineare. In origine era realizzato su tavola. Nel corso del Novecento, però, il supporto ligneo è stato staccato: tarli e una fenditura importante minacciavano la stabilità dell’insieme. Con il tempo si sono aggiunti strati di vernice ingiallita e interventi di ritocco che hanno appiattito i volumi, indebolito i rapporti cromatici e irrigidito i corpi, in particolare quello di Cristo e i volti degli angeli. Ma il restauro ha dato quel tocco capace di mantenere una bellezza che resiste al tempo.

Il restauro sostenuto da Venetian Heritage

Il recente intervento, finanziato da Venetian Heritage, ha cambiato letteralmente la leggibilità dell’opera. Gli strati non originali sono stati rimossi, la pellicola pittorica consolidata, i toni restituiti a una maggiore trasparenza.

Sono tornati percepibili la finezza del disegno, i passaggi di luce sul carnato, le complicazioni del paesaggio sullo sfondo. Questo restauro non è un episodio isolato, ma parte di un programma più ampio: da oltre vent’anni Venetian Heritage sostiene cantieri, ricerche e progetti espositivi legati all’arte veneta, non solo in laguna ma anche nei territori che furono parte della Serenissima.

Dietro la “rinascita” anche museale della Pietà non si nasconde solo la maestria dei restauratori. Anni di indagini diagnostiche, condition report, studi sui vecchi interventi hanno permesso di ricostruire la vicenda conservativa del dipinto. Fenditure, attacchi xilofagi, stuccature e vernici sono oggi considerati capitoli di una storia da conoscere, non semplici “difetti” da cancellare.

Gli angeli che sostengono Cristo mostrano una varietà di emozioni: dalla disperazione trattenuta alla tenerezza silenziosa, cifra distintiva del linguaggio emotivo di Bellini

Gli angeli che sostengono Cristo mostrano una varietà di emozioni: dalla disperazione trattenuta alla tenerezza silenziosa, cifra distintiva del linguaggio emotivo di Bellini

Il linguaggio di Bellini, tra luce e dolore trattenuto

Osservando la Pietà alla Ca’ d’Oro, colpisce subito il tono emotivo. La morte di Cristo non è gridata, non è teatrale. Il corpo è abbandonato, ma conserva un equilibrio armonico. I quattro angeli sostengono il peso della figura e, allo stesso tempo, ne elaborano il destino con espressioni diverse: c’è chi sembra sul punto di esplodere in un pianto incontenibile, chi trattiene le lacrime, chi si concentra in una commozione più muta.

La scena si organizza con una struttura semplice, quasi essenziale. Un parapetto in primo piano porta il corpo di Cristo a ridosso dello spettatore, come se il confine tra quadro e spazio reale potesse dissolversi. Alle spalle si apre un paesaggio fatto di colline, edifici, un cielo velato: un fondale che funziona come pausa meditativa, distante dalla tragedia ma in dialogo con essa.

Il trattamento della luce e del colore è pienamente veneziano. Le transizioni tra ombra e chiarore sono morbide, i profili non hanno spigoli netti, i rossi smorzati, gli azzurri tendenti al grigio e le terre calde costruiscono un clima di malinconia sottovoce. Non c’è la violenza di un urlo, ma una sofferenza che si è fatta pensiero.

Le ricerche sulle altre Pietà di Bellini, come quella conservata alle Gallerie dell’Accademia, mostrano una tendenza sempre più marcata verso la dimensione affettiva. Ciò che conta è il rapporto fisico tra le figure, la postura dei corpi, l’isolamento dentro un paesaggio che diventa spazio interiore. La Pietà di Rimini partecipa pienamente a questa sensibilità, pur nella sua struttura originale con gli angeli al posto della Madre.

Il San Sebastiano di Mantegna, un martire “in architettura”

Se la Pietà è un’ospite temporanea, il San Sebastiano di Andrea Mantegna è il padrone di casa. Il barone Giorgio Franchetti lo acquistò e gli dedicò una cappella apposita, riccamente rivestita di marmi policromi, all’interno della Ca’ d’Oro. Qui il quadro dialoga con l’architettura in modo quasi scenografico.

Il tema di Sebastiano accompagna il Mantegna lungo più fasi della sua carriera. Ne esistono versioni a Vienna e al Louvre, oltre a quella, più tarda e intensamente drammatica, conservata alla Galleria Franchetti. In tutte ricorre il motivo del santo nudo legato a un elemento architettonico, ma la versione veneziana accentua l’asse verticale del corpo, la definizione plastica dei muscoli, l’inserimento nella struttura marmorea della cappella.

Nell’iconografia elaborata da Mantegna, Sebastiano è assicurato a una colonna corinzia, circondato da rovine antiche. Lo sfondo alterna, su vari piani, città, castelli e speroni rocciosi. In basso, i carnefici sono colti ancora con archi e frecce in mano. Le loro figure, scavate da un chiaroscuro duro e metallico, evocano l’attenzione di Mantegna per certa pittura nordica.

Il “San Sebastiano” di Andrea Mantegna, opera cardine della Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro, caratterizzata da una verticalità monumentale e da un dramma scolpito nella carne

Il “San Sebastiano” di Andrea Mantegna, opera cardine della Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro, caratterizzata da una verticalità monumentale e da un dramma scolpito nella carne

Il dramma fisico secondo Mantegna

Nel San Sebastiano il dolore non si legge soprattutto negli occhi di chi assiste, come accade nella Pietà di Bellini, ma nel corpo martoriato del protagonista. I muscoli appaiono tesi, quasi di pietra. Le frecce non solo penetrano la pelle, ma in alcuni punti sembrano insinuarsi lungo la carne, sottolineando la violenza del supplizio. Le corde che stringono braccia e busto incidono la carne con un realismo quasi anatomico.

Dietro il santo, le rovine classiche – colonne troncate, archi, frammenti scultorei – non fungono da semplice decoro archeologico. Alludono alla fine del mondo pagano e alla vittoria della nuova fede, di cui Sebastiano diventa simbolo eroico. Lo spazio è costruito attraverso una prospettiva rigorosa, ma lo spettatore percepisce un’inquietudine diffusa: le architetture e le rocce sembrano condividere la tensione del martirio, come se anche il paesaggio fosse ferito.

Il cielo, percorso da nubi dense, non invita a un facile conforto. Il santo, con il capo ruotato e lo sguardo rivolto verso l’alto, esprime piuttosto una fiducia ostinata, coltivata in circostanze estreme. È una fede che resiste, più che consolare.

Un allestimento studiato come un dialogo di scena

Alla Ca’ d’Oro la convivenza tra questi due capolavori è costruita come un dispositivo quasi teatrale. La Pietà di Bellini viene presentata in un ambiente oscurato, dove una luce misurata mette in risalto i passaggi tonali e la delicatezza del modellato.

Spostando lo sguardo verso destra, il visitatore incontra la cappella del San Sebastiano, anch’essa oggetto di recente intervento. Qui il quadro di Mantegna non è solo appeso: occupa una nicchia solenne all’interno di una stanza interamente rivestita, che funziona come scenografia permanente.

Il percorso porta così da una tavola relativamente intima e raccolta a una grande tela che invade lo spazio architettonico. Diversi osservatori hanno definito questa impostazione un vero “gioco di specchi”, perché rende percepibile la distanza, ma anche il rapporto, tra i linguaggi dei due artisti.

Da un lato la pittura di luce e sentimento di Bellini, che lavora sulle sfumature emotive e sulla dolcezza cromatica. Dall’altro il rigore del disegno, il culto dell’antico e il dramma scultoreo di Mantegna.

Due modi diversi di raccontare la sofferenza

Il confronto diretto tra Pietà e San Sebastiano mette a nudo due strategie opposte, ma complementari, nel rappresentare la sofferenza. Bellini affida il coinvolgimento emotivo alla capacità di empatia dello spettatore. Il corpo di Cristo, pur segnato dalla morte, conserva una compostezza quasi serena. Gli angeli manifestano reazioni diverse, invitando chi guarda a riconoscersi in una di esse. Il paesaggio dilata il tempo del lutto, trasformandolo in meditazione silenziosa.

Mantegna, invece, concentra il dramma nella relazione tra corpo e spazio. Sebastiano non è circondato da figure consolatrici, ma da rovine e aguzzini. Il dolore è fisico, scolpito nei muscoli, nelle ferite e nella tensione del corpo legato. Le pietre antiche che lo circondano sembrano partecipare allo stesso destino, come un mondo vecchio che crolla mentre la fede del martire rimane in piedi.

Anche la struttura formale va in direzioni divergenti. Bellini lavora su un formato più orizzontale e raccolto, dove la luce tende a unificare e ammorbidire. Mantegna privilegia una verticalità monumentale, in cui la figura si impone come una statua che ha preso vita al centro di un palcoscenico prospettico complesso.

La “Pietà” di Giovanni Bellini esposta alla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro dopo il restauro sostenuto da Venetian Heritage, splendida nel nuovo allestimento veneziano

La “Pietà” di Giovanni Bellini esposta alla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro dopo il restauro sostenuto da Venetian Heritage, splendida nel nuovo allestimento veneziano

Un legame di famiglia dietro il dialogo artistico

Il rapporto tra Bellini e Mantegna non è solo quello tra due maestri vicini per tempo e sensibilità: Andrea Mantegna sposò Nicolosia, sorella di Giovanni, entrando nella cerchia familiare dei Bellini, una delle dinastie pittoriche più influenti di Venezia.

Questa vicinanza favorì scambi intensi. L’interesse di Mantegna per la prospettiva e l’antico contribuì alla formazione del più giovane Bellini, al tempo stesso, la ricerca di colore e luce tipica dell’ambiente veneziano lasciò un segno, seppur discreto, sulla severità padana di Mantegna.

Alla Ca’ d’Oro tutto questo diventa tangibile, perché poste a pochi metri di distanza, le due opere sembrano parlare lingue differenti ma rivelano in realtà un terreno comune, fatto di dialoghi domestici, rivalità e contaminazioni creative, tipico del Rinascimento italiano. La scelta di associare al restauro della Pietà un progetto espositivo itinera­n­te, con tappe a Venezia, New York e Rimini, racconta un’idea precisa di tutela. Conservare un’opera oggi non significa soltanto intervenire sul materiale, ma ripensarne il contesto, renderla strumento di conoscenza e di confronto tra diverse comunità e istituzioni.

Due ritratti, uno con il volto del Bellini e l'altro del Mantegna

Due ritratti, uno con il volto del Bellini (a sinistra) e l’altro del Mantegna (a destra)

La collaborazione fra il Museo della Città di Rimini, la Galleria Giorgio Franchetti, la Morgan Library & Museum e Venetian Heritage dà forma a questa responsabilità condivisa. La Pietà non “torna a casa” in modo silenzioso, ma attraversa luoghi, sguardi, narrazioni, arricchendo il proprio significato.

Se sei arrivato fin qui, è probabile che ti stia già immaginando davanti a questi due dipinti, chiedendoti da che parte ti sentiresti più “a casa”. C’è chi si riconosce immediatamente nel pudore del dolore belliniano, in quella tristezza che non ha bisogno di gesti eclatanti. Altri restano ipnotizzati dalla fisicità implacabile del San Sebastiano, dalla sua capacità di rendere il corpo un’architettura in tensione.

La mostra alla Ca’ d’Oro funziona anche per questo: non ti chiede di scegliere un vincitore, ma ti costringe a misurarti con entrambe le modalità, capendo qualcosa in più sul tuo modo di guardare la sofferenza, la bellezza, la fede.

VoceDettagli
Titolo mostraLa Pietà di Giovanni Bellini e il San Sebastiano di Andrea Mantegna a confronto
Sede espositivaGalleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro, Venezia
Date di apertura21 novembre 2025
Data di chiusura6 gennaio 2026
Opere protagonistePietà (Cristo morto sorretto da quattro angeli) di Giovanni Bellini · San Sebastiano di Andrea Mantegna
Provenienza delle operePietà: Museo della Città di Rimini · San Sebastiano: Collezione permanente Ca’ d’Oro
RestauroPietà restaurata con il sostegno di Venetian Heritage
Motivazione del restauroRimozione vernici alterate e ritocchi novecenteschi · Consolidamento della pellicola pittorica · Recupero dei valori tonali originali
Problematiche conservative pregresseSupporto ligneo compromesso da tarli e fenditure · Alterazioni cromatiche · Volumi appiattiti e rigidità dei corpi provocate da ridipinture precedenti
Caratteristiche dell’allestimentoSala oscurata con luce calibrata per la Pietà · Cappella Franchetti con marmi policromi per il San Sebastiano · Dialogo visivo ravvicinato tra le due opere
Percorso della mostraVenezia → Morgan Library & Museum di New York → Rimini
Tematiche centraliConfronto tra due visioni del dolore nel Rinascimento · Dialogo tra linguaggi pittorici diversi · Rapporto familiare e artistico Bellini–Mantegna
Iconografia della PietàCristo morto sorretto da quattro angeli · Ultima della serie giovanile del compianto belliniano
Iconografia del San SebastianoSanto legato a colonna corinzia · Rovine classiche · Carnefici in basso con archi e frecce · Forti richiami alla pittura nordica
Sostenitori del progettoVenetian Heritage (restauro e supporto culturale)
Carattere della mostra“Mostra dossier” focalizzata su un confronto diretto tra due capolavori
Note storiche aggiuntiveAndrea Mantegna era cognato di Giovanni Bellini (sposò Nicolosia Bellini)

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