Cerchiamo di capire da quale tendenza prende forma la lettura critica dell’anno: non per certificare un vincitore, ma per capire dove (e come) il discorso sull’arte sta continuando a produrre senso

Il bisogno di stilare classifiche nell’arte contemporanea è spesso il sintomo di una semplificazione forzata: una risposta rapida a un sistema che produce più eventi di quanti ne sia possibile comprendere. Nel 2025, però, rinunciare a qualsiasi forma di gerarchia significherebbe eludere una questione centrale: non tutto ha contato allo stesso modo, in un anno segnato da rallentamenti istituzionali, ripensamenti curatoriali e una diffusa stanchezza verso l’hype, alcune mostre hanno inciso sul discorso in maniera profonda nel dibattito artistico internazionale, mentre altre si sono limitate a occupare uno spazio.

I criteri di valutazione non riguardano la visibilità mediatica o i dati quantitativi, ma la risonanza critica, l’autorevolezza istituzionale, la qualità curatoriale e la capacità delle mostre di incidere in modo duraturo nel dibattito internazionale. La nostra graduatoria non viene presentata come definitiva né come verità assoluta, ma come una costruzione interpretativa basata sull’incrocio di prospettive critiche, contesti istituzionali e pratiche di ricerca. L’attenzione è rivolta alla capacità dei progetti espositivi di modificare le coordinate del discorso e di ridefinire il ruolo della mostra come dispositivo culturale.

Guardando al 2025 con un minimo di distanza, la sensazione non è quella di un anno “debole”, ma di un anno che forse forse ha smesso di fingere. Dopo un 2024 saturo, affollato, spesso brillante ma raramente incisivo, qualcosa si è incrinato. Non per mancanza di artisti o di idee, semplicemente perché il sistema sembrava correre più veloce della propria capacità di capire ciò che stava producendo. Nel 2025 abbiamo invece avuto l’impressione opposta: meno urgenza di stupire, più bisogno di fermarsi. Alcune mostre ci hanno chiesto tempo, altre ci hanno messo quasi a disagio, altre ancora non erano “piacevoli” nel senso tradizionale eppure continuavano a tornarci in mente giorni dopo. Non so se l’arte stia migliorando — forse non è nemmeno la domanda giusta — ma sappiamo che non è per nulla stagnante. Sembra quasi in una fase di assestamento, come quando si rimettono in discussione le fondamenta prima di costruire di nuovo. È un momento scomodo per i modelli tradizionali, meno iconico, certo, probabilmente necessario. Ed è proprio in questi momenti che, storicamente, l’arte ha spesso ritrovato la sua voce più credibile.

Nel 2025, più che in altri anni recenti, questa distinzione è diventata cruciale. In un panorama saturo di immagini, eventi e urgenze, l’arte che ha davvero contato non è stata quella che ha cercato di piacere, ma quella che ha chiesto tempo, attenzione e una presa di posizione.

Un anno senza una vera e propria estetica dominante

Il 2025 non ha prodotto un nuovo stile riconoscibile, né un’estetica egemone. Nessun linguaggio ha conquistato il consenso rapido del sistema, nessuna tendenza ha saturato fiere e biennali nel giro di pochi mesi. L’assenza di una “firma visiva” dell’anno non è un vuoto: è un sintomo.

Dopo anni di accelerazione, iperproduzione e sovraesposizione, il sistema dell’arte ha mostrato segni evidenti di stanchezza strutturale. Le mostre che hanno contato davvero non sono state quelle più fotografate, ma quelle che hanno richiesto tempo, concentrazione, studio. Il 2025 è stato l’anno in cui l’arte ha smesso — almeno in parte — di competere con l’intrattenimento.

L'arte senese del Trecento arriva alla National Gallery di Londra

L’arte senese del Trecento arriva alla National Gallery di Londra

La storia come campo di battaglia

Non è un caso che la mostra più rilevante dell’anno sia stata una mostra storica. Siena: The Rise of Painting, 1300–1350, al Metropolitan Museum, non ha semplicemente riunito opere straordinarie: ha messo in crisi un intero impianto narrativo. Spostando l’attenzione dalla traiettoria Firenze–Rinascimento–Modernità, la mostra ha restituito complessità a un momento fondativo dell’arte occidentale, rivelando come la modernità pittorica non sia nata da una linea retta, ma da una costellazione di centri, conflitti e soluzioni formali concorrenti.

Qui la storia non è stata usata come repertorio di capolavori, ma come strumento critico. È per questo che questa mostra si colloca, senza reali alternative, al vertice della classifica: perché ha inciso non solo sul pubblico, ma sul modo in cui storici, artisti e curatori pensano il proprio campo.

Pirouette: Turning Points in Design | MoMA

Pirouette: Turning Points in Design | MoMA

Design, oggetti, sistemi: il quotidiano come forma politica

Se la storia ha fornito l’ossatura teorica dell’anno, il design ne ha rappresentato il nervo scoperto. Pirouette: Turning Points in Design, al MoMA, ha chiarito definitivamente ciò che una parte del sistema continua a trattare con condiscendenza: il design non è decorazione, ma una delle forze culturali più incisive del Novecento e del presente.

Attraverso oggetti minimi, interfacce, sistemi e soluzioni apparentemente banali, la mostra ha mostrato come il quotidiano sia il luogo primario in cui si formano abitudini, ideologie e relazioni di potere. Non spettacolare, non seduttiva, ma concettualmente rigorosa, Pirouette è stata una delle poche mostre del 2025 a parlare davvero a pubblici diversi senza scendere a compromessi.

Identità come struttura, non come tema

Nel 2025 il discorso sull’identità ha subito una trasformazione significativa. Le mostre più incisive hanno smesso di “parlare di identità” per costruirla formalmente. La retrospettiva di Rashid Johnson al Guggenheim è emblematica in questo senso. Qui biografia, politica, astrazione e materiale si tengono insieme in un linguaggio coerente, stratificato, che rifiuta sia la retorica che l’illustrazione.

Ancora più radicale è stata Vaginal Davis: Magnificent Product al MoMA PS1. Non una mostra accomodante, né conciliatoria, ma un progetto che ha portato l’archivio queer, la performance e la controcultura dentro l’istituzione senza neutralizzarli. Il risultato non è stato “piacevole”, ma necessario. In un anno dominato dalla prudenza, è stata una delle poche mostre a mantenere un potenziale realmente destabilizzante.

Anche le mostre apparentemente più tradizionali hanno mostrato come il “classico” possa ancora essere uno spazio di ricerca. Vermeer’s Love Letters, alla Frick Collection, ha evitato il modello enciclopedico per concentrarsi su un nucleo tematico ristretto, offrendo una lettura intima e psicologica dell’opera di Vermeer. Nessun feticismo del capolavoro, nessuna retorica museale: solo precisione curatoriale.

Installation view, Solid Gold at the Brooklyn Museum, November 15, 2024–July 6, 2025. (Photo: Paula Abreu Pita)

Installation view, Solid Gold at the Brooklyn Museum, November 15, 2024–July 6, 2025. (Photo: Paula Abreu Pita)

Trasversalità e valore

Mostre come Solid Gold al Brooklyn Museum hanno cercato una via intermedia tra ambizione teorica e accessibilità. Mescolando arte, antropologia, storia e cultura pop, la mostra ha funzionato come un saggio visivo sul concetto di valore, evitando — non sempre, ma spesso — la trappola dell’intrattenimento puro.

Su scala più ampia, si è confermata una tendenza ormai irreversibile, ossia il decentramento del discorso artistico globale. Non più “scene emergenti”, ma centri di produzione culturale pienamente legittimati, capaci di incidere su mercato, critica e istituzioni.

La 19ª Biennale di Architettura di Venezia ha offerto una riflessione solida, concettualmente coerente, ma priva di veri momenti di rottura. Lo stesso vale per molte grandi retrospettive europee dedicate a figure ormai canoniche: mostre di qualità altissima, ma più confermative che trasformative. Necessarie, ma non decisive.

Se c’è una lezione che le mostre più importanti del 2025 lasciano, è questa:

  • l’arte che conta oggi non è quella che accelera, ma quella che resiste alla semplificazione;
  • un anno dominato dai musei più che dalle fiere, dalla storia più che dall’hype, da mostre lente, dense, spesso difficili;
  • chi cercava consenso immediato è rimasto deluso;
  • chi cercava strumenti critici ha trovato molto materiale con cui lavorare.

Il 2025 è stato un anno necessario.


Ultime notizie & mostre

Le ultime notizie dal mondo dell'arte

Alla Ca’ d’Oro di Venezia va in scena un dialogo straordinario tra la Pietà di Giovanni Bellini e il San Sebastiano di Andrea Mantegna.