Martin Parr, maestro della fotografia documentaria, si spegne a 73 anni. Una vita dedicata al racconto del quotidiano e alla trasformazione del reportage

La scomparsa del fotografo britannico Martin Parr il 6 dicembre 2025 a Bristol, all’età di 73 anni, ha lasciato un vuoto tangibile in un settore che lui stesso aveva contribuito a rivoluzionare. Colleghi, curatori e istituzioni hanno subito sottolineato quanto la sua presenza avesse trasformato la percezione del documentario fotografico contemporaneo, spingendolo fuori dagli schemi ereditati dal Novecento e avvicinandolo alla complessità della vita ordinaria. La comunità artistica non ha salutato soltanto un autore: ha riconosciuto la perdita di una voce che aveva ristrutturato il modo in cui guardiamo a noi stessi come società.

Martin Parr at the opening of his exhibition Only Human at the National Portrait Gallery in 2019. Photograph: Guy Corbishley/Alamy

Martin Parr at the opening of his exhibition Only Human at the National Portrait Gallery in 2019. Photograph: Guy Corbishley/Alamy

La notizia della scomparsa di Martin Parr continua a catalizzare l’attenzione del mondo dell’arte e della fotografia, perché segna la perdita di uno dei protagonisti assoluti del documentario contemporaneo. La sua morte non è solo un fatto di cronaca culturale, ma un momento che riporta al centro del dibattito il suo ruolo nell’aver trasformato il reportage, introducendo un modo nuovo di raccontare la vita quotidiana, il consumismo, il turismo di massa e l’identità della classe media occidentale. Parlare di Parr oggi significa affrontare temi come fotografia sociale, colore come linguaggio narrativo, ironia visiva e memoria collettiva: esattamente ciò che gli utenti cercano quando vogliono capire perché questo autore abbia influenzato generazioni di fotografi e perché la sua eredità continui a definirci anche dopo la sua scomparsa.

François Hébel, oggi alla guida di Camera – Centro Italiano per la Fotografia, ha sintetizzato in una frase l’impatto di Parr: “ha liberato la fotografia documentaria”. Una liberazione intesa come la più grande apertura di orizzonti nel settore. Non più una pratica vincolata al bianco e nero, né un genere destinato a inseguire conflitti o mondi lontani. Parr portò il documentario contemporaneo dentro il quotidiano occidentale, nel cuore della cultura dei consumi, immergendosi in spiagge affollate, centri commerciali, buffet turistici, rituali collettivi e scenari che tutti conosciamo così bene da non notarli più.

Il critico lo ha spesso descritto come un autore capace di combinare ironia e cura umana, costruendo immagini che osservano senza schiacciare il soggetto. La sua non era caricatura: era un’indagine lucida e al tempo stesso affettuosa sulla normalità.

E come pochi suoi contemporanei, ha allargato la destinazione della fotografia: non solo libri e mostre, ma anche manifesti pubblici, cartelloni, spazi urbani. Perfino menù autostradali. L’immagine diventava così un oggetto vivo, immerso nel paesaggio visivo che raccontava.

A volte, guardando le fotografie di Martin Parr, sembra di ritrovarsi dentro una scena che potremmo vivere qualsiasi giorno dell’anno: una fila al bar della spiaggia, un turista distratto che rovescia un gelato, una coppia che posa senza sapere di posare. E mentre osservi quei frammenti di vita comune, ti viene quasi da sorridere, perché sono così vicini al nostro modo di muoverci nel mondo da risultare inevitabilmente familiari. Parr aveva questa capacità disarmante di rendere straordinario ciò che di solito ignoriamo. Non ci chiedeva di ammirare, ma di riconoscere. Non puntava a stupire, ma a farci riflettere con leggerezza su quanto siamo buffi, teneri e incoerenti nel nostro quotidiano. Guardare le sue immagini è un po’ come guardarsi allo specchio quando non ce lo aspettiamo: ci coglie alla sprovvista, ma finisce sempre per raccontarci qualcosa che avevamo dimenticato di vedere.

Una vita alimentata da curiosità sociale

Nato nel 1952 a Epsom, Parr si avvicinò presto alla fotografia grazie al nonno, appassionato e collezionista. Questa radice profondamente familiare lo accompagnò fin dagli esordi con la sua prima fotografica in mano, negli anni Settanta, quando realizzò le prime serie in bianco e nero. Tra queste spicca The Non-Conformists, un’indagine attenta sulle comunità metodiste e battiste dello Yorkshire.

Già in quelle opere giovanili emergevano i tratti che sarebbero diventati la sua firma: attenzione antropologica, interesse per i rituali collettivi e una sensibilità verso le classi popolari che sfuggiva ai toni moralistici.

Il riconoscimento internazionale arrivò però con The Last Resort nel 1986. Paesaggi balneari sovraffollati, cromie sature, pose involontarie e un’energia quasi teatrale segnarono un punto di svolta. Parr non cercava il bello convenzionale né la denuncia diretta: metteva in scena la vitalità disordinata dell’ordinario. E nel farlo, trasformò la fotografia del reale in un territorio nuovo, ironico, tagliente, irresistibilmente umano. Divenne sociale, meravigliosamente moderna.

Uno sguardo che non lusinga, ma comprende

Le immagini di Parr hanno spesso provocato reazioni contrastanti: c’è chi ride, chi avverte un certo disagio, chi si riconosce suo malgrado in quelle scene che sembrano familiari e stranianti al tempo stesso.

Martin Parr, Benidorm, Spain, 1997 © Martin Parr | Magnum Photos

Martin Parr, Benidorm, Spain, 1997 © Martin Parr | Magnum Photos

Marine di plastica, panini troppo grandi, abbronzature esagerate, souvenir improbabili: Parr aveva l’abilità di rendere eloquenti i dettagli più banali. Non feriva, non compiaceva, non giudicava. Svelava. Nella sua visione convivono umorismo e pietà, ironia e consapevolezza sociologica. Il suo “documentario concettuale” osserva la classe media – la maggioranza silenziosa – riportando gesti, posture e consumi in una lente che li rende materia degna di un’analisi culturale.

Libri, archivi e un’eredità che continua a crescere

La sua produzione è vastissima: oltre 120 libri fotografici e serie oggi considerate fondamentali per la lettura della modernità. Titoli come The Cost of Living, Common Sense, Small World e Life’s a Beach compongono una mappa sociologica dell’Occidente in evoluzione.

Nel 2017 Parr fondò la Martin Parr Foundation, nata per sostenere la nuova fotografia britannica (per un uomo avanti come lui, un lascito anticipato ai posteri delle sue visioni), custodire archivi e promuovere una cultura visiva accessibile; parallelamente, costruì una delle biblioteche di photobook più ricche del panorama europeo, vera miniera per studiosi e appassionati.

Parr ha più volte spiegato che non lo attiravano guerre, tragedie o drammi estremi, mentre preferiva dedicarsi a ciò che definiva il “95 per cento” della vita: i gesti ripetuti, le abitudini condivise, le piccole vanità quotidiane. Con questa scelta ha sovvertito le gerarchie del reportage tradizionale, dando attenzione a persone e luoghi che raramente trovavano spazio nella fotografia d’autore; la normalità, nelle sue mani, diventava rivelazione.

La forza del lascito di Parr non risiede soltanto nelle sue immagini, ma nella domanda implicita che ognuna di esse ci rivolge: cosa consideriamo degno di essere osservato? E quanto di ciò che ignoriamo racconta chi siamo?

La sua opera ha insegnato che il banale non è mai innocuo. Che l’ordinario è un territorio ricco di simboli e che la realtà non deve essere straordinaria per meritare attenzione. La sua scomparsa chiude una vita, non un effetto, in quanto la sua influenza rimane un prisma attraverso cui leggere i comportamenti collettivi, dal turismo alla cultura di massa fino ai piccoli rituali che tessono il nostro tempo.

Fotografava gesti e situazioni universali, spesso inconsapevoli. Parr catturava ciò che facciamo senza pensarci, proprio per questo riconosciamo noi stessi nei suoi scatti. È fotografia critica o celebrazione della vita comune? Entrambe le cose, innanzitutto sociale. Parr non ridicolizza, ma nemmeno idealizza. Osserva la cultura del consumo tra critica del consumismo ed estetica del kitsch. È un equilibrio raro: la sua ironia è un invito alla consapevolezza, non al sarcasmo. Il colore è davvero così importante nel suo linguaggio? Fondamentale. Il colore amplifica l’eccesso, la saturazione del mondo consumista, la densità visiva della società globale. Senza il colore, Parr non sarebbe Parr.


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