Biografia di Strabone, considerato il primo geografo: formazione, intenti politici della Geografia, visione ellenocentrica e l’eredità che influenzò studiosi ed esploratori dell’età moderna
Nella storia del pensiero antico esiste una figura capace di tenere insieme filosofia, memoria storica e osservazione dei luoghi. Strabone di Amasia, vissuto presumibilmente tra il 63 a.C. e il 24 d.C., compose la più antica geografia descrittiva giunta fino all’Occidente moderno. Storicamente percepito come il primo geografo della storia, la sua opera che possiamo etichettare come monumentale perché articolata in ben diciassette libri, aspira a tradurre in parole l’intero orizzonte conosciuto nel primo secolo dell’era imperiale, unendo la realtà politica del presente con le vicende del passato. Si percepiva anche come storico e filosofo, la Geografia era per lui un’opera capace di mettere ordine nel passato e nel suo presente politico.
Oltre alla famosa Geografia, Strabone scrisse un’imponente opera storica, intitolata Memorie storiche (in greco Ἰστορικὰ ὑπομνήματα), composta da circa 47 libri. Quest’opera — destinata probabilmente a raccontare gli avvenimenti successivi a quelli trattati dallo storico Polibio — è però andata quasi interamente perduta: ne estano solo alcuni frammenti.
Un progetto rivolto ai vertici del potere
Nelle prime pagine della Geografia, Strabone chiarisce con fermezza il suo pubblico ideale. Non scrive per curiosi di paesaggi lontani, ma per chi governa e per chi aspira a farlo. Conoscere la disposizione di mari e continenti significa, secondo lui, comprendere le dinamiche dell’espansione e del dominio. Lo strumento geografico diventa quindi un supporto per le decisioni dei leader, utile al controllo dei territori e alle strategie di conquista.
Questa visione è tutt’altro che neutrale: nasce da un’epoca scossa da rivalità interne e trasformazioni irreversibili, dalle guerre civili tra Cesare e Pompeo agli scontri tra Antonio e Ottaviano, fino alla caduta della Repubblica e alla concentrazione del potere nelle mani di Augusto.
Nella Geografia Strabone organizza la descrizione del mondo in uno schema ben definito: nei primi due libri introduce temi di geografia fisica, matematica e storia della disciplina; poi distribuisce le regioni in ordine geografico — dalla Penisola Iberica fino all’Egitto e all’Africa settentrionale — passando per Gallia, Britannia, Italia, Grecia, Asia, Persia, India, Medio Oriente.
Il retroterra familiare di Strabone spiega la sua sensibilità alle questioni politiche. Cresciuto in una dinastia locale dell’élite grecofona del Ponto, una regione dell’attuale Turchia intrecciata da secoli a tradizioni greche e persiane, si ritrovò al centro delle conseguenze della tumultuosa avanzata romana come le guerre civili tra Cesare e Pompeo (49–45 a.C.), il conflitto tra Antonio e Ottaviano (32–30 a.C.) culminando nella fine della Repubblica (27 a.C.).
I suoi parenti avevano gravitato intorno alla corte di Mitridate VI, sovrano che contrastò Roma fino alla sconfitta definitiva nel 63 a.C. Lo stesso nonno di Strabone cambiò schieramento sul finire del conflitto, consegnando ai Romani quindici fortificazioni. Questa svolta conferì alla famiglia un nuovo ruolo nel contesto politico della regione e aprì al giovane letterato la strada verso la capitale dell’impero.

Mappa del mondo secondo Strabone, di James Playfair, 1814. Collezione di mappe di David Rumsey
Uno studioso greco nell’arena romana
A Roma Strabone trovò un ambiente intellettuale alimentato dal continuo afflusso di rotoli e opere greche trasferite dopo le conquiste. Qui entrò in contatto con i circoli più influenti, traendo vantaggio dai legami politici del suo casato. Il risultato fu un punto di osservazione privilegiato: un autore educato alla cultura ellenica, con radici persiane, immerso nelle reti del potere romano in una fase di espansione senza precedenti. Alla domanda “chi era Strabone?”, la risposta non era unica: un filosofo, uno storico, un uomo capace di leggere e interpretare le fonti.
La Geografia antica nasce dunque successivamente e nel cuore di un processo di ridefinizione globale. Strabone non si limita a descrivere territori, ma registra la nuova configurazione del mondo sotto l’egida di Roma. Ogni regione viene presentata attraverso la sua storia, il suo paesaggio e la sua funzione politica, implicitamente contribuendo a spiegare come e perché l’autorità romana si sia affermata.
Il risultato è una narrazione che intreccia geografia e legittimazione del potere, offrendo una cornice concettuale che, molti secoli più tardi, avrebbe influenzato lettori come Cristoforo Colombo, attratto dalle zone d’ombra lasciate aperte dal geografo di Amasia. La sua formazione filosofica e la sua sensibilità storica rendono la sua geografia spesso “storica” più che “scientifica”.
Un racconto dove il mondo si tingeva di “Grecia”

Strabone il Geografo. Incisione, 1584, da A. Thevet, Les vrais pourtraits et vies des hommes illustres grecz, latins et payens
Dietro l’apparente oggettività descrittiva, Strabone inserisce una forte impronta ellenocentrica. A più riprese rimarca l’eredità greca nei territori d’Italia, attribuendo agli antichi eroi – Ulisse, Evandro e altri personaggi mitici – la fondazione o visita di molte comunità della penisola.
Questo approccio riduce il peso delle tradizioni autoctone italiche e suggerisce una continuità culturale che rende la stessa Roma un frammento della diaspora ellenica.
Il metodo conduce a conclusioni geografiche talvolta fantasiose. Strabone, nel suo marcato ellenocentrismo, prende l’Iliade e l’Odissea come testimonianze storiche e non come narrazioni poetiche. Legge nella lunga peregrinazione di Ulisse una prova quasi scienticica dell’arrivo dei Greci in Italia, anche se nei poemi non compare tale riferimento. Allo stesso modo interpreta l’epopea degli Argonauti come testimonianza del passaggio di Giasone e dei suoi compagni nelle regioni attorno al Mar Nero, incluso il Ponto, nonostante il testo omerico non riporti queste tappe.
Si diletta in deduzioni neanche riconducibili alle opere elleniche, come le presunte colonizzazioni greche che in realtà non furono mai citate da Omero e l’arrivo degli Argonauti nelle regioni del Mar Nero.
La forza dell’opera di Strabone risiede nella sua capacità di fondere racconto geografico, memoria storica e visione politica, anche se non gli riuscì perfettamente, ma una cosa gli viene riconosciuta: la ricerca di un metodo. Non fornisce solo mappe o descrizioni, costruisce un quadro concettuale da cui filtra la percezione dell’impero nascente. Il suo modo di “scrivere il mondo” ha condizionato secoli di esploratori e studiosi, offrendo un modello ibrido in cui la geografia diventa strumento di interpretazione del potere.
Se ci si avvicina alla Geografia aspettandosi un elenco di continenti e confini, si rimane sorpresi. Strabone non sembra interessato a stabilire coordinate esatte, quanto piuttosto a interpretare la relazione tra luoghi e potere. È come se vedesse il paesaggio attraverso gli occhi della politica, convinto che solo comprendendo la disposizione del mondo si possa capire chi lo governa e perché.
All’inizio la Geografia non ebbe grande risonanza. Né autori contemporanei né immediatamente successivi (come Plinio il Vecchio o Tolomeo) la citarono. Solo a partire dal II secolo d.C. cominciò ad essere riconosciuta e apprezzata; la sua fortuna crebbe soprattutto dal VI secolo in poi, fino a influenzare generazioni di studiosi e cartografi.
La sua voce, talvolta imprecisa nei dettagli, resta però sorprendentemente lucida nel cogliere le motivazioni profonde dell’espansione romana.
Qual era la visione politica di Strabone?
La riflessione politica attribuita a Strabone si articola in tre direttrici. La prima riguarda la funzione della geografia, presentata come sapere operativo per chi esercita il potere: la conoscenza di territori, risorse e vie di comunicazione viene considerata una condizione necessaria per amministrare ed estendere l’autorità.
La seconda direttrice concerne la valutazione del dominio romano, interpretato come fattore di ordine e di equilibrio. L’ascesa di Roma è letta come risultato coerente di un processo storico che rende legittimo il suo ruolo nel Mediterraneo.
La terza linea riguarda il rapporto tra cultura greca e potere romano: Strabone tende a costruire una continuità ideale fra tradizione ellenica e realtà imperiale, presentando Roma come prosecuzione di un’eredità culturale più antica. Questa impostazione consente di collocare l’espansione romana entro una cornice interpretativa che ne sottolinea la coerenza con modelli greci precedenti.
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