Le tre opere recentemente integrate permettono di leggere la Scuola Romana dall’interno, attraverso il dialogo tra vita privata e ricerca artistica, tra Roma e i suoi mutamenti, tra pittura e scultura, tra memoria e trasformazione
Nel cuore di Villa Torlonia, all’interno del Casino Nobile, il Museo della Scuola Romana attraversa una fase di rinnovamento sostanziale. Un riallestimento completo, una nuova visione curatoriale e l’arrivo di tre opere decisive — due di Mario Mafai e una di Antonietta Raphaël — restituiscono profondità a una stagione artistica che ha segnato in modo inconfondibile la Roma del Novecento. L’operazione non si limita a un aggiornamento espositivo: è un vero e proprio gesto critico che rilancia la lettura della Scuola Romana alla luce delle ricerche più attuali.
Un museo che cambia identità
A quasi vent’anni dalla sua inaugurazione, il Museo della Scuola Romana ha scelto di ripensarsi completamente. Le nuove linee museografiche puntano sulla chiarezza narrativa, sull’inclusione del visitatore e sulla valorizzazione di opere raramente esposte, provenienti da depositi pubblici o comodati privati. Il percorso tematico — intitolato Sguardi sulla città — mette in relazione la vicenda artistica degli anni tra le due guerre con la trasformazione materiale, sociale e politica di Roma.
La città non è solo sfondo: è protagonista, osservata attraverso lo sguardo inquieto, intimo, talvolta visionario degli artisti che frequentavano via Cavour, Villa Strohl-Fern, gli atelier domestici, i caffè dove prendeva forma quella sensibilità sospesa tra malinconia, ricerca interiore e tensioni moderniste.
Tre arrivi che ridisegnano il percorso
Il rinnovamento del museo trova una sua espressione tangibile nell’ingresso di tre opere emblematiche:

Il bronzo di Antonietta Raphaël Re David piange la morte di Assalonne (datato tra il 1947 e il 1969)
Antonietta Raphaël — Re David piange la morte di Assalonne (1947–1969)
Il bronzo di Raphaël, intenso e lacerato, porta nelle sale un’energia viscerale. Raphaël, di origine lituana, formatasi tra Londra e Roma, è una delle figure più singolari del Novecento italiano: materica, spirituale, animata da una ricerca che unisce cultura ebraica, mitologia, classicità e un impulso psichico quasi arcaico.
Il tema biblico diventa occasione per esplorare il rapporto tra dolore e potere, corpo e memoria: il corpo di David è peso, tensione e abbandono, modellato con superfici rugose, irregolari, pulsanti. L’opera rafforza la presenza femminile nel museo e ricolloca Raphaël tra le voci più radicali della scultura del secolo scorso.

Il dipinto di Mario Mafai Lezione di piano (1934)
Mario Mafai — Lezione di piano (1934)
Questa tela restituisce un interno domestico essenziale e affettuoso, tipico della pittura di Mafai negli anni Trenta. La scena familiare non è mera rappresentazione della quotidianità, ma un pretesto per interrogare la fragilità e la grazia delle relazioni umane.
Mafai traduce luce e intimità con una pittura morbida, lirica, costruita su tonalità calde e atmosfere sospese. In questa stanza silenziosa si riconosce la dimensione emotiva di un’intera stagione artistica: non rumore, non retorica — solo vita che respira, fragile e assoluta.

Mario Mafai — Ritratto nello studio di scultura (1934)
Mario Mafai — Ritratto nello studio di scultura (1934)
Quest’opera, concessa in comodato da collezionisti privati, aggiunge un tassello fondamentale alla comprensione del rapporto tra i due artisti. Mafai ritrae uno spazio di lavoro che potrebbe evocare quello di Raphaël: uno studio dominato dalla presenza plastica delle forme scolpite, dagli strumenti, da quella polvere che è allo stesso tempo materia e memoria.
Il dipinto non è solo uno sguardo sull’atelier: è un dialogo visivo tra pittura e scultura, tra due linguaggi che nella coppia Mafai–Raphaël hanno trovato un incastro irripetibile.
Raphaël e Mafai: vita, arte, metamorfosi
La presenza simultanea di queste opere restituisce centralità a una delle coppie più influenti e meno convenzionali del Novecento italiano.
Antonietta Raphaël, nata nel 1895, emigrata giovanissima, cresciuta tra lingue, culture e spiritualità differenti, portò nella Scuola Romana un’impronta di assoluta originalità: ogni suo lavoro è una lotta con la materia, un tentativo di dare forma all’invisibile.
Mario Mafai, romano del 1902, fu tra i fondatori della cosiddetta “Scuola di via Cavour“, insieme a Scipione. La sua pittura, spesso definita “lirica”, si distingue per la capacità di cogliere vibrazioni interiori, atmosfere malinconiche e una Roma non monumentale ma vissuta: tetti che si sfaldano, luci che tremano, interni che trattengono il calore umano.
La loro unione fu una combinazione rara: la potenza scultorea di lei, la sensibilità pittorica di lui. Insieme, hanno contribuito a definire il volto emotivo e intellettuale della Scuola Romana.
La forza del nuovo allestimento
Il museo oggi accoglie oltre 150 opere tra dipinti, sculture, incisioni e disegni, firmati da figure come Scipione, Ferrazzi, Trombadori, Cagli, Cavalli, Melli, Pirandello, Ziveri, Guttuso, Vespignani, Fazzini e molti altri.
Ampio spazio è dedicato anche alle artiste — da Edita Broglio a Pasquarosa, da Eva Quajotto a Maria Letizia Giuliani Melis — correggendo una rimozione storica e restituendo visibilità alle protagoniste di quegli anni.
Il percorso si concentra su vari nuclei tematici:
- paesaggi urbani e vedute di una Roma in trasformazione;
- ritratti e autoritratti, spesso sospesi tra introspezione e inquietudine;
- interni domestici, cifra distintiva della sensibilità romana tra le due guerre;
- sculture e studi d’artista, che esplorano la materia viva del processo creativo.
Il contributo di BNL BNP Paribas — con la sua celebre “Collezione Roma”, una raccolta di vedute della città nel dopoguerra — aggiunge profondità storica e permette di osservare la capitale attraverso una pluralità di occhi e linguaggi.
Il riallestimento non è un semplice aggiornamento: è un progetto critico. L’uso di comodati, l’apertura ai depositi, la volontà di rendere visibili capolavori poco noti segnano una direzione museologica che privilegia la rotazione, il dinamismo, l’accesso.
La Scuola Romana non è più trattata come un blocco monolitico, ma come un ecosistema mobile, fatto di poetiche divergenti e di biografie complesse, che hanno respirato e restituito una Roma in fermento.
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