La mobilitazione dei dipendenti del Met non è un semplice episodio sindacale, ma un segnale forte che arriva dal cuore di una delle istituzioni artistiche più influenti del pianeta
Lo scorso 17 novembre 2025, dietro le facciate neoclassiche del Metropolitan Museum of Art, è successo qualcosa che non appartiene alle sale espositive ma alla vita quotidiana delle persone che le rendono possibili. Circa mille dipendenti — fra contratti stabili e part-time — hanno depositato una richiesta ufficiale al NLRB per ottenere una rappresentanza sindacale. Alla guida dell’iniziativa c’è la Local 2110 dello UAW, già familiare nel settore culturale.
Il numero colpisce: il Met impiega poco più di duemila persone, e una parte è già affiliata ad altre sigle storiche come DC 37 o la Local 306 dell’IATSE. Ma la nuova ondata non riguarda una singola categoria: è trasversale.
Un fronte eterogeneo: chi sta veramente aderendo
L’adesione arriva da quasi ogni angolo del museo: restauratori, educatori, addetti ai servizi al pubblico, staff curatoriale, tecnici informatici, team gestionali e persino il personale dei negozi e delle aree operative.
È un ventaglio di professionalità che solitamente si incrocia solo nei corridoi, non nelle battaglie contrattuali. E invece, questa volta, la spinta è comune.

Il personale del Met riunito con uno striscione “MET UNION YES – UAW Local 2110”, simbolo dell’organizzazione in corso
Dove nasce la scintilla: le cicatrici della pandemia
La volontà di organizzarsi non è spuntata all’improvviso. Le prime conversazioni risalgono al 2020, quando la pandemia ha imposto chiusure, riduzioni di personale e limiti di budget che hanno lasciato il segno.
Negli anni della ripartenza, molti hanno percepito un paradosso: più lavoro, più responsabilità, ma poco miglioramento nelle condizioni contrattuali. Il divario tra retribuzioni reali e costo della vita newyorkese è diventato sempre più difficile da ignorare.
Retribuzioni, benefit e decisioni calate dall’alto
Tra i motivi che hanno portato a una mobilitazione così ampia ci sono differenze salariali considerate eccessive rispetto agli standard della città. Diversi dipendenti con anni di esperienza affermano che stipendi e benefit non hanno seguito un percorso di crescita proporzionato ai nuovi compiti e alla pressione quotidiana.
A questo si aggiungono cambiamenti interni decisi dall’alto, senza un confronto con chi poi deve attuarli. Per molti, la sensazione dominante era quella di non avere una voce reale.
La forza inaspettata della solidarietà interna
Uno degli aspetti più sorprendenti è la coalizione che si è formata tra reparti che solitamente non collaborano da vicino: analisti digitali da un lato, professionisti storici della conservazione dall’altro, gestori di collezioni e addetti alle attività educative.
A unire tutte queste figure non è la mansione, ma un senso condiviso di vulnerabilità e la consapevolezza che una rappresentanza collettiva potrebbe migliorare l’equilibrio interno.
Come ha reagito il Met?
La direzione non ha scelto lo scontro. Un portavoce ha ribadito che il museo riconosce e rispetta pienamente il diritto dei dipendenti a cercare tutela sindacale, ricordando che l’istituzione collabora da anni con altri sindacati presenti al suo interno.
Il Met sostiene inoltre di impegnarsi per un ambiente di lavoro partecipativo, affermando di considerare prioritario il benessere e la crescita professionale del proprio personale.
Cosa succede adesso
La palla è ora al NLRB: se l’agenzia approverà la richiesta, i lavoratori saranno chiamati a votare sulla costituzione formale del nuovo sindacato.
Se dovessero vincere i “sì”, partirà la negoziazione di un primo contratto, che potrebbe fissare nuovi standard per compensi, benefit, carichi di lavoro, tempi e modalità operative.
Sarebbe un momento storico, un vero cambio di paradigma in una delle istituzioni culturali più prestigiose al mondo.
Un movimento che non si ferma al Met
La mobilitazione non è un caso isolato. In tutto il panorama museale statunitense si avverte una tensione crescente verso la sindacalizzazione: salari stagnanti, costi insostenibili e aspettative crescenti hanno portato molti lavoratori a chiedere un riequilibrio.
Il LACMA, per esempio, è al centro di un processo simile con oltre 300 dipendenti che puntano a unirsi ad AFSCME. Allo stesso modo, il Field Museum e il Guggenheim hanno già concluso accordi contrattuali che includono aumenti, protezioni aggiuntive e miglioramenti nei benefit.
Il vento, insomma, soffia sempre nella stessa direzione.
Perché potrebbe cambiare tutto:
- Una voce unificata: la contrattazione collettiva consente ai lavoratori di trattare questioni cruciali con un peso molto maggiore.
- Stabilità nel lungo periodo: condizioni più eque riducono il turnover e favoriscono un ambiente professionale più solido.
- Meno disparità interne: ruoli diversi, spesso trattati in modo disomogeneo, potrebbero ottenere una cornice comune.
- Effetto trainante: se il Met apre la strada, altri musei potrebbero seguirlo, rafforzando l’intero settore.
Il processo, però, non sarà semplice:
- la negoziazione di un primo contratto è notoriamente complessa;
- non è scontato che tutti i dipendenti votino allo stesso modo, viste le differenze fra reparti;
- migliorare condizioni e salari implica investimenti, e il museo dovrà bilanciare missione culturale e sostenibilità economica;
- anche una volta formato, il sindacato dovrà affrontare trattative lunghe su temi come pensioni, salute, orari flessibili, permessi familiari.
Se la procedura andrà avanti, potremmo assistere a un nuovo modello di gestione del lavoro museale, più equilibrato, più attento e più inclusivo. E, di conseguenza, a una nuova idea di cultura come luogo non solo di patrimonio, ma anche di diritti.
Se ti stai chiedendo cosa significhi davvero questa spinta alla sindacalizzazione al Met, le domande che emergono più spesso ruotano tutte attorno agli stessi nodi: molti vogliono capire quali vantaggi concreti potrebbe portare un sindacato, chi ne trarrebbe beneficio e cosa cambierebbe per il funzionamento quotidiano del museo.
C’è interesse per la possibilità di ottenere finalmente una voce collettiva unificata capace di intervenire su stipendi, tutele e organizzazione del lavoro, soprattutto dopo anni in cui molti dipendenti hanno percepito squilibri interni e scarsa partecipazione ai processi decisionali. Altri si domandano quali ostacoli potrebbero rallentare questo percorso: dall’esito dell’elezione del NLRB alle complessità della negoziazione di un primo contratto, passando per l’impatto economico sulle finanze del Met.
Non manca chi vuole capire come questa iniziativa si inserisca in un fenomeno più ampio, visto che sempre più musei negli Stati Uniti stanno seguendo la stessa strada. In sostanza, le curiosità degli utenti convergono su tre fili rossi: cosa potrebbe cambiare per chi lavora al Met, quali sono i passaggi istituzionali in gioco e come questa mobilitazione si collega all’ondata nazionale di richieste di rappresentanza sindacale nel settore culturale.
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