In un’epoca in cui la cultura non può più essere confinata a pochi sguardi privilegiati, alcuni musei italiani mostrano la strada verso un’arte inclusiva: un racconto su percorsi tattili, audiodescrizioni, segni, mani che toccano la storia. Una riflessione sul valore di rendere l’arte davvero di tutti
Oggi, un museo non può accontentarsi di essere solo custode di opere e di corridoi eleganti. Nulla di nuovo, se non la necessità per i sacri luoghi della cultura di dimostrare la loro forza quando la musealità diventa accoglienza, quando riconosce che i corpi, i sensi, le percezioni cambiano da persona a persona. In un tempo come il nostro la sfida non è solo abbattere scalini o ampliare porte, ,ma sente il bisogno di ridefinirne la fruizione, immaginare esperienze capaci di includere rendendo non solo partecipi, ma protagonisti di un momento vivo. D’altronde cos’è la musealità stessa se non la testimonianza più sincera e vera della realtà? E come definire il quotidiano se non lo rendiamo accessibile a tutti?
In alcuni casi concretissimi questa trasformazione è già in atto. Musei che mettono in gioco tempo, risorse e creatività per costruire percorsi adatti non a un “visitante ideale”, ma a chiunque — con vista, tatto, udito, lingua, bisogni cognitivi diversi.
Raccontare queste esperienze serve a far vedere che non si tratta di opzionalità estetiche o di gesti simbolici. Quantomeno di strategie di marketing. Si tratta di un nuovo patto culturale: l’arte come patrimonio aperto, realmente accessibile.

L’elegante facciata seicentesca del Museo Egizio di Torino, portale di una delle collezioni più ricche e antiche dedicate all’Egitto fuori dal Nord Africa
Il Museo Egizio di Torino e il suo cammino multisensoriale
Nel 2023 il Museo Egizio di Torino ha avviato un intervento di accessibilità che va ben oltre la semplice rimozione di barriere architettoniche. Con un investimento significativo deciso nell’ambito del PNRR, la direzione ha scelto di dare corpo a un progetto articolato che mira a rendere la collezione fruibile anche a persone con disabilità visive, uditive o con bisogni comunicativi specifici.
Il museo ha predisposto un percorso riservato a chi non può avvalersi della sola vista. Lungo le sale sono stati collocati pannelli tattili. Ogni reperto può essere esplorato attraverso l’uso delle mani, accompagnato da audiodescrizioni in più lingue, pensate per restituire dettagli storici, ambientali e contenutistici. Chi non sente può usufruire di una guida nella lingua dei segni italiana oppure internazionale; il museo ha perfino tradotto un glossario egittologico, in modo da permettere la stessa profondità di comprensione a chi comunica tramite segni.

Una delle grandi sale interne del Museo Egizio, dove statue e reperti raccontano millenni di civiltà e memoria antica
Il progetto non si limita a rendere “visibile con altri sensi”. Prevede comunicazioni semplificate, materiali in Comunicazione Aumentativa Alternativa, mappe tattili, testi in grandi caratteri ma anche in linguaggio chiaro. Si rivolge a chi ha difficoltà cognitive, a famiglie con bambini, a chiunque desideri avvicinarsi all’antico con modalità diverse e rispettose.
Così il Museo Egizio dimostra che rendere un museo inclusivo significa ripensare tutta l’esperienza, non soltanto aggiungere un ausilio qua e là.
Il Museo Omero di Ancona dove l’arte si tocca, si sente e si condivide
Diverso nell’impostazione ma ugualmente concreto nell’intento è il Museo Omero di Ancona. Nato con una vocazione inclusiva e multisensoriale, quel museo ha da sempre immaginato l’arte come esperienza tattile, dove le opere sono pensate per essere toccate, esplorate con le mani, vissute nel corpo. In questo la percezione visiva tradizionale diventa solo una delle vie possibili di scoperta.

L’ingresso del Museo Omero ad Ancona, ospitato nella suggestiva struttura della Mole Vanvitelliana, porta d’ingresso a un’esperienza tattile e sensoriale dell’arte
Negli ultimi anni il Museo Omero ha rafforzato il suo ruolo partecipando a progetti europei volti a rendere l’architettura e le arti visive accessibili a chi non può vedere. Ha contribuito a elaborare linee guida internazionali, ha sperimentato modellini tattili e nuove modalità di mediazione.
Anche in contesti più piccoli o meno noti questo tipo di approccio può essere applicato. Non servono necessariamente grandi capitali, ma serve consapevolezza, volontà, sensibilità. E soprattutto la convinzione che l’arte possa — e debba — parlare a tutti.
Cosa ci insegnano queste esperienze
Innanzitutto che l’accessibilità non è un extra che si può aggiungere alla fine di un progetto edilizio o museale. Non si tratta di un intervento marginale ma di una scelta progettuale, un impegno culturale. Il museo che si apre davvero alla diversità non costruisce soltanto rampe o ascensori, ma ridefinisce i suoi linguaggi, le sue logiche, la sua identità.
Poi che l’accessibilità è plurale, anche nella sua natura sensoriale. Chi entra in una sala non deve trovarsi di fronte a un’unica opzione, vista oppure nulla. Deve poter scegliere se guardare, ascoltare, toccare, leggere o partecipare. Deve potersi avvicinare con modalità che abbiano senso per lui o lei.
E infine che rendere l’arte accessibile significa cambiare la qualità della cultura stessa. Un museo inclusivo diventa un luogo di relazioni, appartenenze, dialoghi. Non un’arena riservata a pochi, ma un campo condiviso.
Anche in questi casi virtuosi non tutto è perfetto. Spesso le risorse vanno e vengono, alcuni ausili restano incompleti, la manutenzione o l’aggiornamento sono un’incognita. Alcune sezioni restano inaccessibili, alcune collezioni non vengono integrate nei percorsi tattili o descritti in linguaggio semplice.
Molti musei — soprattutto quelli minori — semplicemente non dispongono dei mezzi, delle competenze, della volontà politica o economica per avviare un cambiamento profondo. L’accessibilità rischia di restare un’ipotesi, non una pratica diffusa.
In altri casi l’attenzione si limita a eventi sporadici, ma si trasformi con una mostra accessibile, un laboratorio, una giornata speciale. Questi segnali sono importanti, ma se non si consolidano rischiano di restare eccezioni. Infine c’è il rischio che l’accessibilità venga vissuta come gesto di facciata invece che come vita quotidiana. Se non diventa parte integrante della cultura del museo, se non si coltiva ogni giorno, può apparire superficiale.
L’idea del nuovo “museo” del futuro prossimo
Mi piace pensare a un museo che nasca e lavori con la consapevolezza dell’inclusione come principio di base. Un museo costruito per la diversità e la pluralità fin dall’origine. Un luogo in cui ogni opera possa essere fruita attraverso molti sensi, molte lingue, molte sensibilità.

Un corridoio espositivo del Museo Omero con percorsi tattili e ambienti studiati per coinvolgere i sensi oltre la vista
Immagino percorsi tattili, audio‑descrizioni, segni, testi accessibili, mappe tattili, visite con mediatori formati, laboratori pensati per bambini o per chi ha bisogni speciali. Immagino un personale che non sia solo custode, ma facilitatore. Un museo che ascolti, che apra, che dialoghi.
Un museo in cui per ogni opera, per ogni sala, per ogni visitatore, sia possibile scegliere come vivere l’arte. In cui la curiosità non trovi ostacoli. In cui la presenza di una disabilità non sia barriera ma occasione di esplorazione e scoperta.
E sogno che questa visione diventi la norma, non l’eccezione… che l’accessibilità smetta di essere un optional e diventi parte del mandato culturale stesso.
- Chi può beneficiare di un museo accessibile?
Chiunque. Persone con disabilità visiva, uditiva, motoria o cognitiva, famiglie con bambini piccoli, anziani, persone che preferiscono modalità di fruizione non convenzionali — tutti possono trovare nel museo accessibile un’occasione di incontro con l’arte che rispetti i propri tempi e mezzi. - L’accessibilità significa solo togliere le barriere architettoniche?
No. È molto di più. Significa offrire percorsi tattili, audio‑descrizioni, segnaletica in linguaggio chiaro, guide in lingua dei segni, materiali alternativi, modalità di visita adattate. Vuol dire ripensare in profondità come le opere vengono presentate e come le persone le vivono. - Serve un grande budget per rendere un museo accessibile?
Non sempre. Nei casi migliori serve volontà, consapevolezza, progettazione. È certamente utile disporre di risorse per interventi strutturali o nuove tecnologie, ma anche piccole modifiche fatte con senso inclusivo — come pannelli tattili, audioguides, testi semplificati — possono fare la differenza. - L’accessibilità è un progetto a termine o una pratica permanente?
Deve essere parte della quotidianità del museo. Non basta un percorso per una mostra, o una giornata speciale. Serve manutenzione, aggiornamento, ascolto di chi visita, adattamenti. Serve che l’inclusione diventi cultura istituzionale, impegno costante. - Un museo accessibile perde qualcosa dell’esperienza tradizionale?
No. Anzi, può arricchire l’esperienza stessa. Offrire molteplici modalità di fruizione non significa annacquare l’arte. Significa renderla più viva, più accessibile, più condivisa. Può trasformare l’incontro con le opere in qualcosa di più intimo, personale, significativo.
Quando la cultura si apre davvero all’umanità nella sua varietà, il museo smette di essere uno spazio esclusivo e diventa luogo di appartenenza. Un teatro dove ogni sguardo — visivo, tattile, sonoro, mentale — trova significato, voce, spazio. Se crediamo davvero nella cultura come bene comune dobbiamo pretendere che l’accessibilità non resti un dettaglio, ma diventi prima scelta.
Le due esperienze italiane come esempi positivi
Immagina di varcare la soglia del Museo Egizio in un pomeriggio di novembre. L’aria fuori è frizzante, un vento leggero muove le prime foglie sui ciottoli davanti all’ingresso. Superi la facciata storica, entri in una sala che lentamente ti accoglie con luce naturale filtrata, alta volta, pareti discrete. Stai usando tutti i tuoi sensi, in un mondo che improvvisamente si apre davanti con tutte le sue sfaccettature. Davanti a te una fila di statue: scolpite migliaia di anni fa, portano su di sé un passato di sabbia, divinità, riti antichi. Ma non sono lontane, inaccessibili su piedistalli alti e inarrivabili. Ora sono “scese”: la galleria le ha avvicinate al suolo, le ha rese vicine, disponibili. Puoi avvicinarti, camminare accanto, osservare con pausa la superficie, le proporzioni, i volti scolpiti, le posture — e, magari grazie a un supporto tattilo‑descrittivo, immaginare quel che furono, ascoltare il respiro dell’antico Egitto che ancora vive.
Poi pensi alla sala successiva: il passaggio dal buio alla luce — un rito simbolico — ti guida come in un viaggio nel tempo. Le statue si dispongono in un ordine che racconta genealogie, potere, divinità. L’illuminazione le avvolge, rendendo visibili i dettagli scolpiti: rughe, mani tese, espressioni grandiose. E tu, camminando lento, percepisci quell’eco storico come se la pietra respirasse, come se il passato si muovesse con te, in punta di piedi, narrandoti una storia antica.
Quando invece la visita si sposta all’arte tattile del Museo Omero ad Ancona, la percezione cambia: non si tratta solo di vedere, ma di sentire con le mani. Chiudi gli occhi per un attimo: la sala intorno diventa quiete. Davanti a te una scultura: la tocchi. Il freddo della pietra, la curva di una gamba, la precisione di un volto scolpito. Non guardi con gli occhi: esplori con il tatto, con le dita. Ogni piega, ogni solco, ogni cambio di materiale racconta, suggerisce, evoca. Puoi modulare la pressione, variare il ritmo, seguire i contorni come un lettore di rilievi in Braille. Quel che in un museo “visivo” resterebbe distante e protetto, qui è alla portata di mani curiose. E l’esperienza si fa intima, personale, umana.
In entrambi i casi l’arte diventa dialogo — non un monologo distante. Diventa via sensoriale, ponte tra tempo e presente, tra cultura e corpo. Diventa occasione di partecipazione, scoperta, relazione.
Ultime notizie & mostre
Le ultime notizie dal mondo dell'arte




