L’opera restituita alla città offre un tassello mancante nella rappresentazione dell’attività di Bottani a Mantova e aggiunge peso al percorso neoclassico del territorio
Il Palazzo Ducale di Mantova amplia il proprio patrimonio con l’ingresso di una tela settecentesca firmata da Giuseppe Bottani, un’opera dedicata alla tragica vicenda della regina Didone narrata nell’Eneide. L’acquisizione, resa possibile dall’intervento della Direzione Generale Musei di Roma, rappresenta uno dei tasselli più significativi del percorso di recupero e ampliamento avviato dal complesso museale negli ultimi anni.
Questa tela, individuata circa mezzo secolo fa da Chiara Tellini Perina e rimasta per lungo tempo fuori dai circuiti ufficiali, viene ora ufficialmente accolta nella raccolta permanente. Un rientro che non riguarda solo un singolo dipinto, ma un frammento rilevante della memoria artistica mantovana.
Una scena virgiliana che prende vita sulla tela
Il quadro mette in scena il momento in cui Didone, abbandonata da Enea, decide di porre fine alla propria esistenza. La regina appare distesa sulla pira, mentre la sorella Anna e un gruppo di ancelle tenta invano di soccorrerla. Sullo sfondo compaiono figure di servitori, mentre nella parte superiore dell’opera si distingue la presenza di Giunone, che chiama l’arcobaleno divino per liberare l’anima della protagonista dal tormento.

Il dipinto incrementa le collezioni permanenti del Museo di Palazzo Ducale e il mio ringraziamento va alla Direzione Generale Musei, che dal 2020 ha sostenuto una serie di acquisti prestigiosi
L’assetto visivo tradisce un dialogo con modelli alto-rinascimentali e barocchi. Le colonne tortili sul lato sinistro rimandano a suggestioni rubensiane e a richiami che potrebbero evocare perfino un omaggio alla tradizione giuliesca, lasciando intravedere la possibilità che il dipinto sia stato realizzato proprio a Mantova.
Nell’affrontare l’episodio della morte di Didone, Bottani sembra guardare al mito classico non soltanto come a un repertorio di storie esemplari da tradurre in immagine, ma come a un terreno fertile su cui misurare la complessità emotiva dell’uomo settecentesco, sempre sospeso tra ragione e impulso. La figura della regina cartaginese, già densa di significati nella tradizione virgiliana, assume qui un valore quasi paradigmatico, diventando lo specchio di un’epoca che cerca nella tragedia antica un’eco delle proprie inquietudini morali.
Il pittore, che in quegli anni si stava orientando verso un linguaggio capace di conciliare l’eredità del Barocco con la chiarezza formale emergente nel gusto pre-neoclassico, trova nel destino di Didone un pretesto ideale per mettere in scena la tensione fra ciò che l’animo desidera e ciò che la ragione comanda, tema intensamente sentito dalla cultura illuminista e dalla sua riflessione sulla natura delle passioni.
Osservando la composizione, si percepisce immediatamente la volontà di Bottani di organizzare la scena con una struttura solida e leggibile, come se ogni figura fosse chiamata a occupare uno spazio preciso in una partitura teatrale attentamente calibrata. Il corpo di Didone, disteso sulla pira e collocato in posizione dominante, diventa il fulcro attorno a cui ruotano i gesti e gli sguardi degli altri personaggi.
La sorella Anna, piegata nel dolore, introduce una nota di umana vulnerabilità che amplifica la carica emotiva dell’episodio, mentre le ancelle e i servitori disposti ai margini costruiscono quel coro muto che, senza rubare la scena, accompagna l’occhio dello spettatore verso il cuore del dramma.
Nella fascia superiore, l’apparizione di Giunone e dell’iride porta la narrazione su un piano più alto, trasformando il momento finale della regina in un passaggio rituale in cui la dimensione terrena e quella divina si sfiorano. È in questa sovrapposizione di livelli — umano, simbolico, mitico — che si manifesta la volontà dell’artista di intrecciare rigore compositivo e una teatralità mai ridondante, ma decisamente meditata.
L’inserimento delle colonne tortili sul lato sinistro non appare come un semplice dettaglio architettonico, ma come un richiamo consapevole a una tradizione visiva che attraversa il Barocco europeo e che a Mantova, grazie all’eredità di Giulio Romano, possiede una risonanza particolare. Bottani sembra appropriarsi di questi riferimenti non per riproporli in modo accademico, bensì per farli reagire con una sensibilità più contenuta, più incline all’ordine e alla misura che il gusto del tempo cominciava a richiedere.
La gamma cromatica, calibrata con prudenza, e la rinuncia a effetti atmosferici troppo accentuati rivelano un artista che sa quando trattenere il gesto e come evitare l’enfasi, lasciando emergere una versione più asciutta e riflessiva della tradizione barocca. Il risultato è un linguaggio che guarda indietro senza nostalgia e avanti senza strappi, un ponte elegante tra due epoche stilistiche che sul finire del Settecento stavano dialogando in modo sempre più serrato.
Un dramma raccontato senza urlare
Ciò che colpisce maggiormente nella resa emotiva della scena è la capacità di Bottani di sottrarre alla tragedia ogni eccesso retorico, come se volesse suggerire che il dolore più autentico non ha bisogno di alzare la voce per imporsi. Anna non si abbandona a gesti estremi, le ancelle non invadono la scena con atteggiamenti plateali: tutto è disciplinato, quasi liturgico, come se il pittore avesse scelto di affidare il peso della drammaticità a una sorta di compostezza rituale.
È un atteggiamento che appartiene profondamente alla poetica della sua maturità, in cui l’emotività viene filtrata attraverso una sorta di razionalità formale. Anche l’intervento divino, lungi dal trasformarsi in un colpo di teatro, funge da sigillo narrativo che riconduce la morte di Didone non a un gesto disperato fine a sé stesso, ma a un episodio inscritto in un più ampio disegno mitico. La tragedia, così, si chiude con un senso di inevitabile pacificazione.
Una strategia museale che guarda lontano
L’arrivo di questa opera non è un episodio isolato. Dal 2020 Palazzo Ducale segue un programma di interventi che punta non soltanto ad ampliare la collezione, ma anche a riqualificare spazi poco utilizzati. Il direttore del museo sottolinea come l’acquisizione costituisca un tassello nella costruzione di un percorso espositivo più ricco e coerente, capace di dare nuova vita a luoghi rimasti per anni in ombra.
Il dipinto sarà reso visibile da gennaio 2026, all’interno dell’Appartamento dell’Imperatrice, in uno degli ambienti attualmente in via di riallestimento sotto la supervisione dell’architetta Verena Frignani. La sala scelta è quella del cosiddetto salottino giallo o di Ercole, destinata a diventare un piccolo scrigno dedicato a opere di grande intensità narrativa.

Predica di san Vincenzo Ferrer
Il profilo di Bottani e il suo ruolo nella cultura mantovana
Nato a Cremona nel 1717, Giuseppe Bottani si formò tra Firenze e Roma, lavorando accanto a figure come Antonio Puglieschi, Vincenzo Meucci e Agostino Masucci. Il suo cammino accademico lo portò a essere riconosciuto dall’Accademia di San Luca nel 1758, seguito poi dai consensi dell’Accademia del Disegno e dell’Accademia Clementina.
Il ritorno in territorio mantovano segnò una svolta: dal 1769 infatti diresse la Scuola di Pittura dell’Accademia locale, dando impulso a un linguaggio più rigoroso, vicino alla sensibilità neoclassica e coerente con l’ideale illuminista di un’arte attenta alla funzione educativa. Con il suo insegnamento prese forma una scuola che avrebbe influenzato per decenni la produzione artistica della zona.
Prima dell’acquisizione di questa tela, il museo possedeva una sola opera dell’artista, la Predica di san Vincenzo Ferrer, proveniente da una chiesa non più esistente. L’arrivo del Suicidio di Didone consente dunque un quadro più completo dell’evoluzione di Bottani e rafforza la presenza del maestro nelle raccolte cittadine.
Viene spontaneo interrogarsi su ciò che una singola acquisizione possa significare per una città come Mantova. Non si tratta solo di arricchire un catalogo. In un territorio che ha visto molte opere migrare altrove nel corso dei secoli, ogni rientro diventa un atto di ricostruzione simbolica.
Rimane però una questione. Mantova ha atteso troppo per riportare Bottani al centro del discorso culturale? Se un artista che ha plasmato il gusto della sua epoca rischia di essere dimenticato, forse la vera sfida non è acquistare un’opera, ma rendere leggibile e viva la sua eredità. Occorrerà costruire percorsi chiari, eventi, narrazioni capaci di trasformare la tela in un ponte tra passato e pubblico contemporaneo.
In un territorio che nel corso dei secoli ha visto disperdersi una parte significativa del proprio patrimonio moderno, il ritorno del Suicidio di Didone non rappresenta soltanto un recupero materiale, ma un vero riannodare i fili della memoria culturale. Per Bottani, figura che nel 1769 assunse la direzione della Scuola di Pittura dell’Accademia mantovana, quest’opera è un documento prezioso per comprendere come si articolasse la sua ricerca durante un momento cruciale della transizione dal Barocco al Neoclassico.
Con il suo ritorno, la parabola artistica di Bottani si mostra più completa e il pubblico contemporaneo può finalmente percepire la continuità tra la sua attività e il contesto culturale in cui operò.
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