Non solo le collezioni Grassi e Vismara, il GAM è molto di più: una guida per entrare senza perdersi, sapere cosa guardare e come organizzarsi al meglio in questa perla di Milano
- La Villa Reale tra nascita, fasti aristocratici e trasformazioni politiche
- Da raccolta civica a laboratorio di memoria collettiva
- Il piano terra della GAM
- Il primo piano: attraversare l’Ottocento stanza dopo stanza
- Romanticismo lombardo e Hayez
- Scapigliatura e realismo
- Divisionismo e simbolismo
- Il secondo piano: quando Milano si apre all’Europa
- Collezione Grassi
- Collezione Vismara
- Il giardino all’inglese
- FAQ – Le domande dei visitatori
Varcare il cancello della Villa Reale significa entrare in un tempo che non scorre alla stessa velocità del resto della modernissima ed avanguardissima Milano. Le auto restano fuori, assieme al rumore cittadino: dentro, tutto rallenta dalla luce che si appoggia sulle superfici chiare della facciata neoclassica, al giardino all’inglese che respira piano, con i saloni raccontano vite passate. È in questa cornice sospesa che prende forma la Galleria d’Arte Moderna, oggi uno dei cuori culturali più raffinati del capoluogo lombardo. Una delle nostre 12 tappe assolutamente da visitare se sei in giro per musei, a Milano.
Ti è mai capitato di entrare in un luogo che sembra conoscere storie più di quante possa raccontare? La Villa Reale è così: ogni stanza sembra trattenere un ricordo, ogni quadro aggiunge un’eco. L’arte non vive soltanto nei dipinti, ma nella relazione tra gli ambienti e la città che, fuori, continua a correre.
La Villa Reale tra nascita, fasti aristocratici e trasformazioni politiche
Alla fine del Settecento, il conte Ludovico Barbiano di Belgiojoso commissionò al talento internazionale di Leopoldo Pollack una residenza degna delle corti europee. Il risultato fu un palazzo che sposava la compostezza neoclassica con l’ambizione di una famiglia che voleva lasciare un segno.
Pollack organizzò l’architettura con un linguaggio elegante: una facciata scandita da colonne e rilievi, due ali laterali che incorniciano la corte d’onore, una sequenza di ambienti riccamente decorati. Dietro, come un mondo parallelo, un giardino “all’inglese”, il primo a Milano, immaginato con laghetti, cascatelle e sentieri sinuosi.
Nel tempo, la villa conobbe passaggi di proprietà e cambi di funzione, innanzitutto divenne residenza sotto la dominazione francese, poi ospitò viceré e personalità politiche, vide banchetti sontuosi e momenti decisivi della storia milanese. Quando, nel 1920, entrò finalmente nel patrimonio del Comune, il destino la vedeva, man mano, trasformarsi in una casa custode dell’arte.
Da raccolta civica a laboratorio di memoria collettiva
All’inizio del Novecento, Milano stava diventando la metropoli moderna di oggi. Le collezioni civiche si erano moltiplicate quasi al ritmo di crescita cittadino e, nel 1903, l’amministrazione decise di riunirle sotto un’unica identità dedicata alla produzione artistica contemporanea.
Inizialmente le opere nomadi trovavano riparo soltanto in quelle che erano sedi temporanee, ma l’acquisizione della Villa Reale aprì una nuova possibilità. Nel 1921 fu riaperta come museo e da allora la Villa e la GAM sono un tutt’uno. Per molti versi lo erano già, anche perché difficile mandare in spreco la monumentalità degli ambienti, che sembravano già predisporsi ad accogliere la pittura e la scultura dell’Ottocento.

L’eleganza delle sale della GAM di Milano
Col tempo, donazioni, lasciti e integrazioni hanno ampliato a dismisura il patrimonio, rendendo la GAM una delle raccolte più autorevoli per l’arte italiana dell’Ottocento, con incursioni dal XVIII al XX secolo. Iniziamo quindi la visita di questo capolavoro che unisce classicismo e contemporaneità, siamo davanti a Via Palestro, 16. Prima ancora del biglietto, ti accoglie un silenzio diverso da quello della città. Il traffico è a due passi, i Giardini Indro Montanelli alle spalle, ma la Villa Reale sembra sospesa in un’altra scala temporale: lunga, bianchissima, puntellata di statue sul coronamento, disegna una quinta teatrale davanti a un prato verde che la separa dal mondo esterno.
Il piano terra della GAM
L’edificio, impeccabilmente conservato, sembra comporre un dialogo continuo tra epoche lontane, mentre il percorso museale accompagna il visitatore attraverso movimenti artistici che hanno definito l’immaginario moderno. Superata la biglietteria, gli ambienti del pian terreno sono un cantiere in perenne trasformazione. Qui la GAM ospita mostre temporanee, progetti fotografici, incursioni di artisti contemporanei che dialogano, spesso in modo volutamente spiazzante, con la tradizione del museo. Lo spazio è più neutro, le pareti spesso bianche, l’allestimento cambia con frequenza: è il livello che misura il battito del presente, prima di salire verso le stratificazioni dell’Ottocento.
Il piano terra accoglie chi arriva con uno spazio pensato per respirare l’arte contemporanea. Mostre temporanee e installazioni mutano nel tempo, quasi un primo passo che invita a misurare la distanza fra la Milano odierna e le storie custodite più in alto. È una soglia mobile, un invito a lasciarsi sorprendere. È un prologo utile, magari entri per vedere una rassegna di fotografia o una personale e ti abitui alla luce, ai volumi, all’odore lieve della cera sul parquet, ma solo dopo cominci la salita lungo la scala monumentale verso il primo piano, dove il secolo delle rivoluzioni politiche e dei nuovi sentimenti si materializza stanza dopo stanza. Cambiando scenario, stanza dopo stanza.
Il primo piano: attraversare l’Ottocento stanza dopo stanza
Le opere esposte sono circa cinquecento, con un’attenzione speciale alle vicende italiane, in particolare lombarde, lungo tutto l’arco dell’Ottocento, in un percorso cronologico ma anche emotivo: da una sala all’altra non cambi solo periodo, cambi modo di guardare il mondo.

Qui si incontrano lavori di Andrea Appiani, interprete fine dell’estetica napoleonica e di una sensibilità che mirava alla compostezza, alla misura, all’equilibrio formale
Neoclassicismo. Le prime sale sono un omaggio alla stagione neoclassica. Le pareti sono chiare, i soffitti decorati, gli stucchi sobri amplificano la ricerca di misura che percepisci nei dipinti di Andrea Appiani, protagonista assoluto di questo inizio. Ed i suoi ritratti, spesso legati al mondo napoleonico, hanno pose studiate ma mai fredde: profili, mani ben disegnate, sguardi che mantengono un certo distacco. Si capisce pienamente com l’ideale antico si presente non solo nei soggetti, ma nel modo stesso di costruire le figure, bilanciate, armoniose, quasi scolpite nella luce.
Accanto alle tele, la presenza del modello dell’Ebe di Antonio Canova aggiunge una dimensione tridimensionale a questo culto della bellezza ideale. La figura della giovane coppiere degli dei, colta in un gesto sospeso, sembra dialogare con le decorazioni del soffitto e con le altre sculture neoclassiche presenti nella villa. È un momento in cui pittura, scultura e architettura si sostengono a vicenda e ti ricordano che, a Milano, il Neoclassicismo è stato prima di tutto un progetto culturale condiviso.

Le sale dedicate a Francesco Hayez sono tra le più cariche di intensità emotiva. Dalla Maddalena penitente ai piedi della croce, al ritratto di Alessandro Manzoni, passando per Matilda Juva Branca
Romanticismo lombardo e Hayez
Proseguendo, avverti un cambio di clima netto. I colori si fanno più profondi, i temi si spostano dal mito alla storia e all’interiorità. È il territorio di Francesco Hayez, collocato in una serie di sale che molti visitatori considerano il cuore emotivo della GAM.
Qui incontri ritratti femminili dallo sguardo vivo, spesso rivolto direttamente verso chi guarda, come se stessero per iniziare una conversazione interrotta. I tessuti sono resi con una cura quasi tattile, ma ciò che resta nella memoria sono le espressioni: malinconia trattenuta, fierezza, desiderio.
Tra le opere più riconoscibili c’è il ritratto di Alessandro Manzoni, icona della cultura italiana e, allo stesso tempo, ritratto altamente psicologico. Il volto del poeta non è un semplice “profilo da manuale scolastico”: Hayez lo mostra assorto, quasi pensieroso, con una luce che accarezza la fronte e sottolinea l’intensità degli occhi.
In altre tele, la dimensione spirituale e quella drammatica si intrecciano: scene religiose, storiche, intime. Il Romanticismo lombardo, in queste stanze, non è solo sentimento vago: è una lente attraverso cui leggere timori, speranze e contraddizioni di un’epoca intera.
Scapigliatura e realismo
Avanzando lungo il corridoio, il mondo di Hayez lascia spazio a una stagione più inquieta, quella della Scapigliatura. Siamo nella seconda metà dell’Ottocento, in una Milano che vive trasformazioni sociali e culturali profonde. Nelle sale dedicate a Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni e Giuseppe Bianchi, le figure sembrano dissolversi nell’aria.
La pennellata è vibrante, quasi nervosa, i contorni si spezzano, i volti appaiono come impressioni fugaci più che come ritratti definiti. Un volto può emergere da una nuvola di colore, un abito si confonde con il fondale, i dettagli si sgranano come ricordi mossi.
Questa pittura “in bilico”, oscillante tra il desiderio di raccontare il reale e la volontà di farne emergere i moti interiori, anticipa molte delle strade che la modernità percorrerà poi. Di fronte a questi quadri hai la sensazione che l’arte, per la prima volta, stia cercando di dipingere non quello che l’occhio vede, ma quello che la coscienza percepisce.

Giovanni Segantini con Le due madri, L’Angelo della vita, la Sacra Famiglia
Divisionismo e simbolismo
A un certo punto, la luce cambia. È ancora pittura dell’Ottocento, ma il modo in cui il colore si scompone sulla tela segna un nuovo inizio. È la sezione dedicata al Divisionismo, in cui spiccano i grandi dipinti di Giovanni Segantini.
Le due madri, un olio monumentale del 1889, ti trascina in un interno notturno. Una giovane donna tiene in braccio il bambino addormentato; alle sue spalle, in una stalla, una mucca veglia il proprio vitello. Una sola lampada illumina la scena, e la luce artificiale, frammentata in tocchi di colore, costruisce un’atmosfera calda e raccolta. L’idea della maternità si sdoppia, diventa qualcosa di quasi universale, condiviso tra animale e essere umano.
In L’angelo della vita la dimensione simbolica emerge con ancora più forza: una figura femminile, alta, frontale, con un bambino stretto al ventre, è circondata da una luce che non appartiene più alla semplice natura, ma a una sorta di visione mistica. Oro in polvere e pennellate divise costruiscono un’aura quasi sacrale intorno alla maternità, interpretata come energia generativa, protettiva, vitale.
Accanto a Segantini, le opere di Giuseppe Pellizza da Volpedo testimoniano un’altra declinazione delle ricerche divisioniste, più legata all’osservazione sociale e alla costruzione di grandi composizioni corali. È da queste sperimentazioni, svolte proprio negli anni a cavallo dei due secoli, che nascerà il celeberrimo Quarto Stato, oggi collocato stabilmente alla GAM come tappa nodale nel passaggio all’arte del Novecento.
Qui la luce non è solo effetto ottico, ma linguaggio: racconta idee, tensioni, promesse di cambiamento.
Il secondo piano: quando Milano si apre all’Europa
Salendo ancora, il percorso si allarga geograficamente. Il secondo piano è dominato da due grandi donazioni private, la Collezione Grassi e la Collezione Vismara, che hanno trasformato la GAM in un luogo fondamentale per comprendere il passaggio dall’Ottocento al Novecento europeo.
Collezione Grassi
Le sale della Collezione Grassi hanno un’atmosfera quasi da “grande galleria europea”. Il percorso riunisce capolavori italiani e stranieri dal XIV al XX secolo, ma ciò che colpisce di più è la presenza di nomi che hanno riscritto la storia dell’arte moderna: Édouard Manet, Paul Cézanne, Vincent van Gogh, Paul Gauguin. Immagina un imprenditore milanese del Novecento, Carlo Grassi, con il vizio irresistibile dell’arte. Compra, studia, viaggia, si fida dei musei e dei mercanti più aggiornati. Quando muore, la moglie Nedda decide di trasformare quella passione in un patrimonio pubblico e dona la collezione al Comune di Milano nel 1956, dedicandola al figlio caduto a El Alamein.
Le opere di questi maestri, tutte del collezionista Carlo Grassi, rappresentano tuttora le uniche presenze di tali artisti nei musei civici milanesi. L’effetto, per il visitatore, è quello di attraversare in pochi passi Parigi, l’Olanda, la Bretagna, senza spostarsi dalla Villa Reale.
La pennellata sintetica di Manet, le costruzioni volumetriche di Cézanne, la tensione cromatica di Van Gogh, i colori densi e piatti di Gauguin: è come se, dopo avere conosciuto il percorso italiano dell’Ottocento, ti venisse mostrato il controcanto internazionale che ha spinto ancora oltre la sperimentazione. La Collezione Grassi ha questo privilegio enorme: ospita le uniche opere di Manet, Cézanne, Van Gogh e Gauguin presenti nei musei civici milanesi. Non è poco. Vuol dire che, se vuoi capire davvero come l’Europa ha cambiato il proprio modo di vedere tra Ottocento e Novecento, prima o poi devi passare da qui.

Una piccola anteprima della collezione Vismara: li sai riconoscere tutti e tre?
Collezione Vismara
Il percorso si chiude con un nucleo compatto e prezioso, la Collezione Vismara, donata al Comune negli anni Settanta. Una quarantina di opere, ma con una densità sorprendente: Modigliani, Picasso, Matisse, Renoir, Vuillard, Rouault, Dufy, accanto ai grandi nomi del Novecento italiano come Carrà, De Pisis, Morandi, Sironi, Balla.
Passi un’ultima soglia e il clima cambia di nuovo. Le stanze si fanno ancora più raccolte, l’allestimento continua la linea di Gardella ma la densità delle opere sale. Qui abita la Collezione Vismara, circa quaranta lavori che hanno una caratteristica: pochissimi, ma tutti scelti al millimetro.
Giuseppe Vismara era un finanziere milanese che, per lavoro, girava l’Europa e nel frattempo riempiva le pareti di casa con quello che vedeva nelle gallerie più avanzate. Il suo gusto viene affinato dal rapporto con Gino Ghiringhelli, storico mercante della galleria Il Milione, una delle centrali dell’arte contemporanea italiana del Novecento. È grazie a questo binomio collezionista–gallerista che Milano oggi si ritrova, tutta insieme, una concentrazione di nomi che di solito incontri solo nei grandi musei internazionali. La collezione arriva al Comune nel 1974–75, per volontà della moglie di Vismara, e viene incorporata stabilmente nel percorso della GAM.
Le sale sono più essenziali, con un allestimento che lascia respirare ogni tela. Un ritratto allungato di Modigliani, con gli occhi a mandorla e il collo affusolato, fuma la sua sigaretta silenziosa in una parete; poco più in là, una composizione di Picasso gioca con piani spezzati e punti di vista simultanei; un dipinto di Matisse esplode in campiture di colore che sembrano musica.
Di fronte a queste opere, il contrasto con i saloni neoclassici della Villa è deliberato: gli interni settecenteschi, con colonne e boiserie, ospitano la radicalità delle avanguardie. È un cortocircuito affascinante, un ponte fra la storia milanese e il resto del mondo. Quaranta pezzi possono sembrare pochi, finché non inizi a leggere le targhette.
Il giardino all’inglese
La visita non è completa finché non attraversi il giardino. Sul retro della Villa si mostra il giardino “all’inglese” progettato anch’esso da Pollack insieme al conte Ercole Silva: un paesaggio costruito per sembrare naturale, con sentieri curvi, piccoli rilievi, gruppi di alberi, radure improvvise.
Al centro si stende un laghetto dal perimetro sinuoso; sulle sue rive, un tempietto neoclassico circolare, ponticelli, rocce artificiali. Camminando, perdi la visione complessiva: vedi solo porzioni di acqua, tagli di cielo, scorci di Villa che appaiono e scompaiono tra gli alberi. È un giardino pensato per essere attraversato, non per essere colto in un unico sguardo.
Oggi lo spazio verde è anche un luogo vissuto: bambini che giocano nello spazio loro dedicato, genitori seduti sulle panchine, studenti stesi sul prato con i libri aperti, chi esce dal museo e prolunga la visita continuando a ripensare alle opere, ma con le scarpe sull’erba.
Prova a immaginare questa scena. Sei salito lentamente, stanza dopo stanza, hai attraversato Napoleone e il Neoclassicismo, Manzoni e Hayez, gli sguardi sfocati della Scapigliatura, la luce quasi mistica di Segantini, poi i tagli di colore di Van Gogh, il ritmo frammentato di Picasso.
Esci nel giardino e per un minuto ti chiedi dove ti trovi esattamente: nel Settecento della Villa, nell’Ottocento delle rivoluzioni sociali, nel Novecento delle avanguardie, o nella Milano di oggi che corre appena oltre il muro di cinta?
La verità è che la GAM funziona proprio così: ti mette in una posizione un po’ sospesa. Non sei solo “spettatore di quadri”, sei dentro un sistema di relazioni tra arte, architettura e città. Ogni sala rimanda alla precedente e alla successiva, ogni epoca commenta in silenzio quella dopo. È un museo che non punta sull’effetto speciale, ma sulla stratificazione: più tempo gli concedi, più ti accorgi di quanto ti stia parlando.
Alla fine di questo percorso, la sensazione è che la Galleria d’Arte Moderna non sia solo un luogo dove sono raccolte delle opere, ma una sorta di sismografo della città.
Registra i passaggi dall’ordine neoclassico alla turbolenza romantica, dall’inquietudine scapigliata alla luce spezzata del Divisionismo, fino ai linguaggi spezzati del Novecento internazionale. Lo fa dentro una villa che, per storia e architettura, appartiene a un’altra epoca, ma che ha saputo trasformarsi nel contenitore ideale per questo racconto.
FAQ – Le domande dei visitatori
- Perché questa galleria è così importante nel panorama milanese?
Perché riunisce, in un unico complesso, uno dei massimi esempi di neoclassicismo architettonico della città e la principale collezione pubblica dedicata all’Ottocento, arricchita da nuclei internazionali di assoluto rilievo come le collezioni Grassi e Vismara. - Quali sono le opere che non dovrei proprio perdere?
Molti considerano imprescindibili i ritratti di Hayez (in particolare Manzoni), Le due madri e L’angelo della vita di Segantini, le tele divisioniste di Pellizza da Volpedo legate alla genesi del Quarto Stato, insieme ai capolavori della Collezione Grassi (Manet, Cézanne, Van Gogh, Gauguin) e ai Modigliani, Picasso, Matisse della Collezione Vismara. - Quanto tempo serve per visitare il museo con calma?
Per un percorso completo, considerando anche una breve passeggiata nel giardino, è ragionevole prevedere tra un’ora e mezza e due ore. Se ami fermarti a lungo davanti alle opere o vuoi approfondire le collezioni Grassi e Vismara, puoi facilmente superare questo tempo. (La stima di 60–90 minuti è spesso indicata come minimo per una visita non frettolosa.) - Il giardino vale davvero il “tempo extra”?
Sì. Il giardino all’inglese è parte integrante dell’esperienza della Villa Reale: racconta il gusto paesaggistico di fine Settecento e offre una pausa visiva e mentale dopo la densità delle sale interne. Saltarlo significa rinunciare a una parte consistente della “messa in scena” del museo. - Dove si trova esattamente la GAM e come si integra nel quartiere?
La Galleria è sul margine dei Giardini Indro Montanelli, in zona Porta Venezia. È raggiungibile facilmente con la metropolitana e si inserisce in un’area ricca di altre istituzioni culturali, come il PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) poco distante. - È un museo adatto anche a chi non “se ne intende” di arte?
Sì. Il percorso è molto leggibile: il primo piano segue la cronologia dei movimenti ottocenteschi, il secondo amplia lo sguardo sull’Europa del Novecento. Il contesto architettonico aiuta a orientarsi e la presenza di opere fortemente narrative (da Segantini a Pellizza, dai ritratti di Hayez ai grandi nomi stranieri) rende la visita coinvolgente anche senza competenze specialistiche. - Quali sono gli orari di apertura e quanto costa il biglietto?
In linea generale, la GAM è aperta dal martedì alla domenica, con orario 10.00–17.30 e chiusura settimanale il lunedì; i giorni festivi con chiusura sono di solito 1° gennaio, Lunedì di Pasqua, 1° maggio e 25 dicembre. Il biglietto intero si aggira intorno ai 5 euro, con ridotti a circa 3 euro per alcune categorie, e varie fasce di gratuità e ingressi liberi in determinati giorni o fasce orarie. Prima della visita conviene comunque verificare sul sito ufficiale, perché condizioni e promozioni possono variare. - Si possono fotografare le opere?
In genere sono permesse fotografie senza flash per uso personale, mentre per shooting, riprese professionali o progetti che mettano al centro il museo è necessaria un’autorizzazione specifica. Le regole possono cambiare a seconda delle mostre temporanee, quindi è sempre bene controllare in biglietteria o sul sito prima di scattare. - È una buona scelta per una visita con bambini?
Sì, soprattutto se integri il percorso con una sosta nel giardino, che dispone di spazi pensati per i più piccoli. Inoltre, vengono organizzate periodicamente attività e laboratori dedicati alle famiglie, che aiutano i bambini ad avvicinarsi alle opere in maniera giocosa.
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