Alla scoperta del Museo del Novecento di Milano con un itinerario in 12 tappe tra esposizioni, architettura dell’Arengario, opere futuriste, Fontana, Manzoni e Arte Povera. Una guida immersiva tra gli spazi del museo
Visitare il Museo del Novecento significa ripercorrere il secolo che ha riscritto il nostro modo di vedere il mondo. È un viaggio che parte dai dinamismi futuristi ma arriva gettandosi tra i gesti concettuali del dopoguerra, senza dimenticare le storie cittadine che hanno reso possibile questa raccolta. È, in fondo, proprio il racconto di una città che non ha mai smesso di interrogarsi sul proprio rapporto con l’arte. Senza fingere mai.
Entrare nel Museo del Novecento (in questo nostro viaggio mostreremo le opere da vedere assolutamente, ma vi invitiamo a che a leggere la nostra lunghissima guida su come muoversi tra i musei d’arte contemporanea a Milano, in 12 tappe) significa varcare una soglia che introduce a un luogo dove architettura e arte si intrecciano in modo naturale. L’Arengario, che ospita il museo affacciato sul lato meridionale di piazza Duomo, accoglie il visitatore con una presenza solida e geometrica, eredità dell’architettura razionalista. Oggi, però, questo edificio non parla più la lingua rigida per cui era stato concepito: all’interno tutto è stato riletto, aperto, fluidificato.

Veduta, dalla piazza, del Palazzo dell’Arengario
La storia del Museo del Novecento non comincia nel 2010 ma molto prima, quando Milano iniziò lentamente a raccogliere opere contemporanee grazie alle donazioni dei cittadini. All’inizio del secolo scorso questi lavori venivano esposti nella Sala della Balla del Castello Sforzesco, un luogo che non era ancora strutturato come museo moderno ma che rappresentava un primo tentativo della città di conservare e mostrare l’arte del proprio tempo.
Con il passare degli anni, la raccolta crebbe al punto da richiedere uno spazio più adeguato, e così venne istituita la Galleria d’Arte Moderna, trasferita poi nella Villa Reale. È qui che si consolidò la pratica di accogliere donazioni cittadine e acquisire opere significative, trasformando un nucleo locale in un patrimonio sempre più ampio.
La storia parte da più lontano
Tra gli anni Settanta e Ottanta, la città avvertì l’esigenza di dedicare un luogo specifico alla produzione artistica novecentesca. Nacque così il Civico Museo d’Arte Contemporanea (CIMAC), grazie anche al lavoro critico di figure come Zeno Birolli, Vittorio Gregotti e Germano Celant. Fu un momento cruciale: entrarono nella collezione opere di Carrà, Marini, Melotti, Soldati, Fontana e, soprattutto, un vasto insieme di lavori donati dalla coppia Boschi–Di Stefano.
Il CIMAC, pur non avendo la struttura definitiva di un grande museo cittadino, rappresentò una vera palestra concettuale: un laboratorio di catalogazione, selezione e acquisizione che preparò il terreno all’istituzione attuale. Quando il CIMAC chiuse nel 1998, lasciò in eredità un corpus di oltre quattromila opere, da cui sarebbe stata estratta la scelta finale per il Museo del Novecento.
Arrivati ai primi anni Duemila, Milano si trovò davanti a una scelta: creare un museo dedicato al secolo appena concluso oppure disperdere la collezione tra sedi museali già esistenti. La decisione fu netta. Si optò per un luogo autonomo che potesse presentare la storia del Novecento in modo coerente e accessibile.
L’Arengario venne individuato come sede ideale: centrale, iconico, visibile. E proprio questa scelta definì l’identità del museo. La ristrutturazione fu importante non solo dal punto di vista architettonico ma anche simbolico. Al momento dell’apertura, nel dicembre 2010, l’ingresso gratuito per i primi tre mesi fu un gesto che sottolineò la volontà di condividere un patrimonio nato, in larga parte, da generosi contributi privati. In altre parole, la città stava restituendo alla città stessa ciò che per decenni era stato raccolto, custodito, ampliato.
La storia del museo continua tutt’oggi anche dopo l’apertura. L’ingresso delle ventisei opere provenienti dalla collezione Mattioli nel 2022 è stato però un passo fondamentale per la ridefinizione presente del percorso dedicato alle avanguardie. Questo update non è stato un semplice arricchimento quantitativo, ma un modo per rendere più solido e leggibile il racconto dei linguaggi che hanno inaugurato il secolo breve.
Il Museo del Novecento si presenta come un organismo vivo, capace di accogliere le nuove opere senza mai tradire la struttura narrativa definita alla sua apertura e mai riscritta. È una storia fatta si di stratificazioni, ma di quelle evolutive e multiculturali che contraddistinguono Milano stessa: donazioni private, scelte museografiche, interventi architettonici, recupero degli spazi pubblici.
Prima di diventare un museo, l’Arengario aveva attraversato decenni di incertezze: nato come edificio rappresentativo, danneggiato in guerra, trasformato per uffici nel dopoguerra, era stato un luogo privo di una funzione stabile. Solo la nascita del Museo del Novecento gli ha offerto una missione chiara e duratura.
L’edificio ha così trovato la sua (nuova) identità non più basata sull’autorità politica, ma sulla memoria culturale. La passerella sospesa che lo collega a Palazzo Reale è il simbolo di questo passaggio: un ponte tra passato e presente, tra istituzioni storiche e linguaggi artistici che continuano a evolversi.
Camminando nel percorso espositivo si percepisce chiaramente come l’evoluzione del pensiero artistico moderno renda inevitabile l’emergere delle estetiche contemporanee. Le forme dinamiche di Boccioni anticipano le installazioni che cercano di catturare il movimento reale; l’astrazione di Kandinsky e Klee prepara all’idea che la pittura possa superare il rappresentato per farsi ritmo, segno, vibrazione; la metafisica di de Chirico suggerisce una tensione narrativa che ritroviamo nelle pratiche concettuali del secondo dopoguerra.
Una spirale che apre un panorama sulla piazza
Cosa vedere al Museo del Novecento? Il percorso comincia già nel piano terreno, dove i servizi e le aree espositive temporanee introducono a un’atmosfera luminosa e contemporanea. Poco più avanti si incontra la grande rampa elicoidale che costituisce la spina dorsale del museo.

La rampa elicoidale. Salendo lungo la rampa elicoidale progetti lo sguardo verso l’alto, accompagnato da un movimento continuo che introduce alla logica del percorso
La spirale si alza lenta, come un gesto che accompagna il visitatore senza fretta. Salendo, l’architettura lascia filtrare scorci del Duomo: marmi candidi e guglie che sembrano avvicinarsi a ogni tornante. È una salita che funziona come un prologo visivo al viaggio nel secolo breve. Ma il percorso nel Museo del Novecento è appena cominciato.
L’edificio poi si apre su tre livelli principali, mentre nella parte collegata a Palazzo Reale le sale acquistano un tono più solenne, quasi museografico, senza perdere il ritmo narrativo del percorso.
Avanguardia e Futurismo
Le prime sale ospitano il Futurismo. Le prime esposizioni sono dedicate alle avanguardie e si presentano come ampie e luminose. Qui domina ovviamente il Futurismo e le opere sembrano dialogare direttamente con l’idea di movimento suggerita dall’architettura.

Boccioni e il dinamismo futurista. Una delle opere simbolo del museo. La scultura sembra letteralmente forzare l’aria mentre attraversi la sala. Le superfici curve catturano il movimento e incarnano la poetica futurista dell’espansione nello spazio
Le sculture di Umberto Boccioni emergono come presenze plastiche che forzano lo spazio, con superfici tese e volumi che sembrano avanzare oltre il loro stesso perimetro. Nella stessa sezione, “Stati d’animo” rivela una tensione emotiva distribuita in più pannelli, mentre “Sviluppo di una bottiglia nello spazio” conferma la volontà futurista di scardinare le forme consuete.
Vicino, la sala dedicata a Giacomo Balla presenta la figura femminile che corre sul balcone: pennellate spezzate, ritmi vibranti, un ambiente espositivo che accentua l’idea di instabilità tipica dell’epoca.

Balla e la scomposizione del gesto. Nella sala dedicata alle prime avanguardie, questo dipinto restituisce perfettamente la ricerca sulla velocità e sulla percezione dinamica. È un ambiente vibrante, pieno di energia
Le sale diventano più calme, quasi meditate. Qui l’astrazione introduce un cambiamento di ritmo: la pittura si fa segno, struttura, simbolo: le opere di Mondrian, Klee e Kandinsky occupano stanze più quiete, dove le pareti neutre rendono l’astrazione quasi meditativa. Le loro tele, disposte in modo da offrire un passaggio fluido tra stili diversi, preparano al confronto con il Novecento italiano.

Kandinsky: il linguaggio del segno e del colore. Un passaggio fondamentale per comprendere come l’astrazione abbia preparato la strada alle ricerche contemporanee
Il Novecento italiano
Le stanze che ospitano Modigliani, de Chirico, Morandi e Martini hanno un’atmosfera più raccolta. Le pareti si fanno più morbide nei toni, l’illuminazione più calibrata. Le luci, i ritratti, le architetture metafisiche e le nature morte creano un tono intimo, sospeso, la visita si fa più silenziosa, quasi meditativa. È la bellezza del novecento che artisticamente pervade l’anima anche del più insensibile dei visitatori. È ammaliante.

Amedeo Modigliani: la dolcezza delle forme allungate. Qui la sala diventa più intima. I ritratti sembrano osservarti a distanza, con un silenzio che contrasta con l’impeto delle sale futuriste
I ritratti di Modigliani emergono con un’eleganza silenziosa: figure allungate e sguardi sospesi, quasi assorti. Le opere di de Chirico occupano uno spazio che sembra fatto apposta per l’enigma. “Il figliol prodigo” e “I bagni misteriosi” convivono con quell’aura metafisica che la sala restituisce attraverso volumi puliti e luce diffusa.
Poco lontano, Morandi appare come un momento di pausa, con la sua natura morta rigorosa, mentre le sculture di Martini si impongono con una materialità che riempie la stanza senza aggressività.

Picasso e Matisse
I grandi maestri internazionali
Le sale dedicate a Picasso e Matisse lasciano entrare un’altra vibrazione, cominciando dal fatto che le sale sono più ariose, spaziate. L’allestimento restituisce equilibrio tra singole opere e spazio, così che ogni quadro possa affermare la propria identità. Le figure di Picasso hanno una forza che si espande oltre il supporto; l’odalisca di Matisse introduce una nota più morbida e decorativa, quasi un momento di respiro.

Sala di Fontana
Il terzo piano
La sala più iconica del museo si apre all’ultimo livello dell’Arengario. Qui l’ambiente cambia radicalmente: il soffitto spaziale di Fontana diffonde una luce vibrante che interagisce con la grande struttura al neon sospesa. È spettacolo puro per gli occhi, quasi una performance.
Gli spazi sono volutamente essenziali per lasciare che il gesto dell’artista domini l’architettura. Camminare in questa sala dà la sensazione di trovarsi sotto un cielo artificiale attraversato da segni luminosi. È un’esperienza più che un’esposizione.
Dal concettuale alla materia povera
Le sezioni successive mostrano Piero Manzoni con un linguaggio spiazzante, presentato in un ambiente che favorisce il confronto diretto con la sua provocazione formale. Accanto si trovano le ricerche di Castellani e Bonalumi, che trasformano la superficie in spazio sensibile.

Manzoni e Castellani
Infine si entra nelle sale dell’Arte povera e delle ricerche degli anni Settanta e Ottanta. Qui l’allestimento dà più spazio agli oggetti, ai materiali, ai volumi: Fabro, Kounellis, Mattiacci, Del Ponte, Boetti, Paladino, Nunzio, Icaro e Spagnulo si inseriscono in ambienti che richiedono una lettura lenta, quasi fisica. Più che esposizioni, sono laboratori visivi: i materiali sono concreti, quotidiani, le installazioni che interagiscono modificando il tono con l’aria e la luce e più che chiudere il percorso lo riaprono a spirale riavvolgendo un nastro ideale, quasi a dire quanto l’arte sia infinita.
Passeggiando tra le sale si percepisce anche il passato dell’Arengario. Gli spazi razionalisti trasformati, la passerella sospesa che conduce a Palazzo Reale, la memoria del balcone scomparso: tutto contribuisce alla narrativa del luogo. Il fatto che l’edificio fosse nato come tribuna pubblica, poi danneggiato e riadattato, affiora come sottofondo costante mentre si prosegue nella visita.
Il viaggio del “Quarto Stato”
Per anni, una delle presenze simboliche è stata l’opera monumentale di Pellizza da Volpedo. Il dipinto era collocato in una sala apposita, dove la profondità della scena e il ritmo dei personaggi trovavano lo spazio necessario. Anche se oggi l’opera non è più qui, il museo conserva l’eco di quel racconto e della mostra che ne ha celebrato i cento anni di ingresso nelle collezioni civiche.
- Indirizzo: Palazzo dell’Arengario, Piazza del Duomo, 8
- Dove siamo & Orari: sito ufficiale
- Biglietti di ingresso: Tiqets.
- Mostre ed esposizioni: su Artenazionale puoi seguire le ultime novità dal Museo
Altre informazioni:
- Come si sviluppa la visita?
Il museo segue un percorso ascendente, dal piano terra al terzo livello, con una suddivisione per movimenti e periodi storici. - Ci sono opere particolarmente celebri?
Molti visitatori citano Boccioni, la sala Fontana e i lavori di Picasso come momenti imprescindibili del percorso. - È possibile vedere il Duomo dall’interno?
Sì, la rampa elicoidale e alcune finestre superiori rivelano viste suggestive sulla piazza. - Qual è l’opera che rappresenta meglio il museo?
Per molti è la grande installazione al neon di Fontana, perché sintetizza l’idea di apertura e sperimentazione che caratterizza l’intero edificio. - Il collegamento con Palazzo Reale è accessibile durante la visita?
Sì, la passerella sopraelevata consente di attraversare i due edifici e offre una prospettiva unica sulla piazza.
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