Rosa, giglio e viola nascondono un linguaggio simbolico nei dipinti rinascimentali e barocchi. Un viaggio tra iconografia mariana, allegorie e nature morte che rivelano il significato nascosto dei fiori nell’arte

In ogni sala museale dedicata al Rinascimento o al Barocco c’è un dettaglio che, più di altri, cattura lo sguardo dei visitatori attenti: un fiore.
A volte spunta timido nell’angolo di un prato, altre volte svetta tra le mani di un angelo, altre ancora domina una natura morta dallo sfarzo teatrale. Rosa, giglio e viola non decorano soltanto la scena, ma sembrano sussurrare qualcosa a chi osserva. È come se gli artisti dell’epoca avessero nascosto in quei petali un lessico segreto, un modo alternativo di raccontare purezza, desiderio, umiltà e destino. Entrare in questo linguaggio significa accostare l’occhio al quadro come si farebbe con una lettera antica: ogni fiore è una parola che attende di essere letta.

Nelle tele del Rinascimento e del Barocco, nulla è mai casuale, nemmeno ciò che sembra puramente ornamentale e rosa, giglio e viola: funzionano come un sistema di segni condiviso dagli artisti e dal loro pubblico, un codice capace di trasmettere notizie morali, religiose ed emotive.

Queste tre specie, strettamente legate alla figura di Maria e anche all’amore umano, si trasformano in strumenti narrativi che arricchiscono l’immagine di valori come purezza, carità, modestia, passione o fragilità.

L’immenso patrimonio visivo dedicato alla Vergine affonda le sue radici in una tradizione teologica sorprendentemente coerente. Fin dal Medioevo, il celebre passo del Cantico dei Cantici che evoca un “giardino chiuso” e una “fonte sigillata” viene interpretato come anticipazione della verginità di Maria e della sua maternità divina. Non è un dettaglio marginale: le antifone per la festa dell’Assunta ripropongono proprio questa immagine, consolidando l’idea del giardino recintato come scenario ideale per concepire la presenza della Vergine.

Guardare un fiore dipinto cinquecento anni fa ci mette in una posizione particolare: siamo lontani nel tempo, ma vicinissimi nell’esperienza. L’artista non poteva prevedere chi avrebbe osservato quel quadro, eppure ha scelto proprio un fiore per raccontare qualcosa di sé, della società, della fede o del desiderio umano. Il fiore diventa così un ponte silenzioso: collega la mano del pittore al nostro sguardo, senza bisogno di parole. Ci ricorda che certe emozioni non cambiano, anche quando cambiano i secoli.

Da dove nasce questo vocabolario simbolico

Molto prima del Rinascimento l’idea di un linguaggio floreale è già diffusa. Nella cultura medievale predicatori e testi religiosi ricorrono spesso ai fiori per esprimere virtù morali. Bernardo di Chiaravalle, per esempio, identifica Maria come violetta d’umiltà, giglio di castità e rosa di carità, definizione che nei secoli successivi diventerà un pilastro iconografico.

Pur non essendo una “natura morta”, la Primavera è considerata un “catalogo botanico” medievale-rinascimentale: il dipinto mostrerebbe “centinaia di specie vegetali accuratamente censite”

Pur non essendo una “natura morta”, la Primavera è considerata un “catalogo botanico” medievale-rinascimentale: il dipinto mostrerebbe “centinaia di specie vegetali accuratamente censite”. Tra le piante figurate si trovano fiori attribuiti a rose, viole e altre specie: è un ottimo esempio di intersezione tra mito, botanica e linguaggio visivo

Nel Quattrocento e nel Cinquecento, accanto alla riscoperta scientifica della botanica, questa tradizione si rinnova. I pittori osservano le piante con uno sguardo sempre più realistico ma continuano a sfruttarle come allegorie. È il caso della celebre Primavera di Botticelli, un vero teatro botanico in cui rose e viole contribuiscono a fondere simboli cristiani e mitologia classica.

Nel Barocco, mentre i grandi cicli religiosi mantengono un forte uso simbolico, esplode la moda delle nature morte floreali. I fiori spettacolari, belli e già in declino, diventano memento della fragilità dell’esistenza e dell’illusorietà delle ricchezze terrene.

La rosa, un fiore con molte facce, un simbolo che attraversa culture e secoli

La rosa porta con sé un’eredità duplice. Nella tradizione antica è associata a Venere e alla bellezza amorosa. Nel mondo cristiano la sua identità si trasforma: diventa emblema della Vergine, venerata come rosa mistica e fiore senza spine, immune da ogni macchia.

Questo fiore può incarnare sentimenti opposti. È segno di carità e perfezione spirituale, ma anche di desiderio e di sofferenza, soprattutto quando il rosso dei petali viene interpretato come sangue del martirio. Nell’Ottocento queste idee confluiranno nella florigrafia, che continua a attribuire alla rosa rossa un valore passionale e a quella bianca un carattere innocente.

Nei dipinti del Rinascimento

Gli artisti mariani del Quattrocento e del Cinquecento ricorrono spesso alla rosa. Fra Filippo Lippi, ad esempio, la pone nelle mani della Vergine per alludere alla sua dimensione sponsale e alla sua bontà.
Nell’arte profana, come nella Primavera botticelliana, la rosa avvolge Venere richiamando amore, bellezza e rinascita, ma anche un’invisibile continuità simbolica con Maria.

Nel ritratto femminile, la rosa diventa un messaggio cortese. Paris Bordone, nel suo Ritratto di giovane donna, costruisce l’immagine della modella come creatura-flore, e i boccioli evocano grazia e seduzione.

Natura morta fiamminga con rose e insetti – La precisione botanica rivela la fragilità della bellezza, destinata a deteriorarsi

Natura morta fiamminga con rose e insetti – La precisione botanica rivela la fragilità della bellezza, destinata a deteriorarsi

La rosa nel Barocco

Le nature morte fiamminghe e olandesi trasformano la rosa in un memento mori. Il realismo minuzioso con cui vengono rese spine, rugiada e insetti crea un contrasto tra splendore e declino. Rose fresche convivono con fiori già piegati e frutti deteriorati, come se il tempo stesso fosse un personaggio della scena.

Con il Seicento l’immaginario floreale entra in un territorio completamente diverso. Nelle Fiandre e nei Paesi Bassi sboccia il genere delle vanitas, nature morte in cui fiori recisi convivono con teschi, clessidre, monete. Sono composizioni calibrate per riflettere sulla caducità dell’esistenza. Ogni elemento — la rosa che esplode in una fioritura opulenta, il giglio che si inclina, il tulipano che si sfalda — diventa un segno visivo del tempo che erode ogni cosa.

Oggi questi dipinti possono apparire come semplici virtuosismi tecnici, sfoggi di colore e precisione, ma i contemporanei li leggevano come messaggi morali. Il collezionista che esponeva un vaso di fiori iperrealistico acquistava insieme una meditazione sulla fragilità dei beni terreni, pienamente consonante con la spiritualità riformata e con quella post-tridentina.

Il giglio è emblema di purezza e annuncio divino, carico di significato religioso, viene interpretato come simbolo di castità e integrità. Rappresenta Maria, ma anche i santi legati alla virtù della verginità. La tradizione lo identifica come fiore dell’Annunciazione, spesso chiamato “Madonna lily”.

Il giglio è probabilmente il fiore più immediatamente riconoscibile nella tradizione cristiana, soprattutto nelle scene dell’Annunciazione. La sua presenza nelle mani dell’arcangelo Gabriele o accanto alla Vergine non è una semplice scelta estetica: racconta la purezza, ma anche la dignità interiore richiesta dal ruolo della Madre di Cristo. Artisti come Fra Angelico e Filippino Lippi ne hanno fatto un simbolo potente, talmente radicato da diventare un tratto distintivo dell’iconografia mariana. In alcune rappresentazioni il giglio è raffigurato con tre petali distinti, letti come allusione alla Trinità; in altre la sua verticalità sottolinea un legame diretto tra cielo e terra. Il fiore, dunque, non è un dettaglio da sfondo, ma un elemento che orienta la lettura teologica dell’intera scena.

Nei dipinti dell’Annunciazione appare il giglio

Nella tradizione iconografica il giglio non è mai un segno univoco. Secondo vari commentatori, richiama la purezza di Cristo tanto quanto quella di Maria, e in alcuni trattati tardo-medievali diventa persino metafora del Figlio stesso, “fiore perfetto” sbocciato dal terreno dell’umanità. Non sorprende quindi che in certe Annunciazioni l’arcangelo sembri offrire alla Vergine non solo un fiore, ma un annuncio visivo del Figlio che sta per incarnarsi.

Ricerche del Fitzwilliam Museum hanno osservato come i petali candidi dei gigli, spesso dipinti con straordinaria precisione, siano interpretati come segno di purezza, mentre gli stami dorati suggeriscono la gloria interiore generata dalla grazia.

Accanto a questo piano spirituale, il giglio acquisisce anche un valore civico. A Firenze diventa emblema cittadino, compare su insegne pubbliche, monete, apparati celebrativi. Quando un artista fiorentino lo introduce in un altare dipinto, il simbolo si fa polifonico: parla di Maria, allude a Cristo e richiama l’identità della comunità che lo ha commissionato. Un solo elemento visivo, molteplici livelli di lettura.

Il giglio è quasi un ospite fisso in molte Annunciazioni del Rinascimento. Fra Angelico, Botticelli, Leonardo e molti altri lo collocano accanto all’angelo o lo inseriscono in un vaso che separa e unisce allo stesso tempo le due figure.
La sua verticalità e il candore sembrano materializzare il momento in cui la grazia divina discende su Maria.

Alcuni pittori distinguono i vari stadi della fioritura per accentuare significati diversi: tre gigli possono richiamare la Trinità, un bocciolo ancora chiuso allude alle virtù in divenire e un fiore inclinato verso Maria rappresenta il dono spirituale che sta per ricevere. Secondo alcuni commenti iconografici, il giglio è anche riflesso della purezza di Cristo stesso.

Fra Angelico, Annunciazione – Il giglio slanciato domina la scena, incarnazione visiva della purezza mariana

Fra Angelico, Annunciazione – Il giglio slanciato domina la scena, incarnazione visiva della purezza mariana

Dal Rinascimento al Barocco

Nel Seicento il giglio mantiene il suo ruolo nelle Annunciazioni, ma compare sempre più spesso nelle nature morte religiose, dove suggerisce una presenza mariana anche senza figure. In alcune opere fiamminghe si trova accostato a iris e ad altri fiori, componendo un complesso repertorio di riferimenti cristologici e mariani.
Il giglio, inoltre, assume talvolta valore politico o araldico, come avviene nel caso del simbolo di Firenze o della fleur-de-lys francese.

Madonna rinascimentale con prato fiorito – Le viole, spesso mimetizzate, rappresentano virtù nascoste e sincere

Madonna rinascimentale con prato fiorito – Le viole, spesso mimetizzate, rappresentano virtù nascoste e sincere

La viola, discreta ma centrale nell’immaginario mariano

La viola rappresenta modestia, fedeltà e amore che non ostenta sé stesso. Nei testi medievali viene lodata come esempio di virtù che crescono “in basso”, lontane dall’orgoglio.
Applicata alla figura di Maria, la viola diventa immagine della sua umiltà profonda. Nei dipinti quattrocenteschi e cinquecenteschi, piccole viole spesso spuntano ai piedi della Vergine. Sono fiori dimessi, quasi nascosti, ma proprio per questo parlano della disponibilità di Maria alla volontà divina.

Leonardo e la scuola leonardesca introducono violette nei primi piani, come nella Madonna Benois o nella Madonna delle viole di Marco d’Oggiono, dove il fiore esprime insieme affetto familiare e consapevolezza del destino sacro.

Scheda comparativa – Simboli floreali tra Rinascimento e Barocco:

FioreRinascimento – Significati e uso iconograficoBarocco – Significati e sviluppo simbolico
Rosa– Legata alla Vergine (rosa mistica, purezza, carità).

– Usata nelle Madonne (es. Fra Filippo Lippi) come emblema di amore spirituale.

– Presente nell’arte profana (come nella Primavera di Botticelli) per evocare bellezza, eros, rinascita.

– Nei ritratti diventa segno di fascino e grazia femminile.

– Nelle nature morte fiamminghe e olandesi assume forte valore morale.

– Rosa fresca + petali appassiti = caducità della vita.

– Dettagli iperrealistici (spine, rugiada, insetti) accentuano il tema della fragilità.

– L’ambivalenza tra splendore e deterioramento diventa dominante.

Giglio– Simbolo principale della purezza di Maria.

– Presenza quasi obbligatoria nelle Annunciazioni (Fra Angelico, Botticelli, Leonardo).

– Rappresenta l’arrivo della grazia divina, un ponte tra cielo e terra.

– Varianti simboliche: tre gigli per la Trinità; boccioli chiusi per virtù future.

– Compare ancora nelle Annunciazioni ma si diffonde nelle nature morte religiose come “presenza mariana” indiretta.

– Immagine più teatrale, inserita in composizioni complesse con altri fiori cristologici.

– Può diventare emblema civico o araldico, assumendo un valore anche politico.

Viola– Emblema di umiltà, modestia e amore discreto.

– Associata a Maria come “violetta d’umiltà”.

– Nei dipinti quattrocenteschi spesso ai piedi della Vergine o mimetizzata nel paesaggio.

– Nel leonardismo appare come segno di dolcezza familiare e accettazione del destino sacro.

– Mantiene la valenza di riservatezza e discrezione.

– Compare nelle allegorie morali e nei ritratti come simbolo di virtù quiete.

– Nelle interpretazioni tardo-moderne continua a rappresentare fedeltà e modestia, in linea con le radici religiose.

Durante Rinascimento e Barocco, la viola trova spazio anche nei ritratti e nelle allegorie morali. Più avanti nel tempo sarà letta come segno di fedeltà o amicizia sincera, una continuità che mostra quanto radicata fosse già l’interpretazione originaria.

Molti dipinti dei due periodi costruiscono attorno alla Vergine un vero hortus conclusus, un giardino recintato che allude alla sua verginità: in questi spazi compaiono spesso rosa, giglio e viola insieme, un trittico che sintetizza le sue qualità fondamentali. La rosa richiama amore altruista e partecipazione al dolore; il giglio ne esalta la purezza assoluta; la viola ne rivela la disposizione umile. Secondo numerosi testi devozionali, queste virtù diventano un modello da imitare, e le opere le rendono visibili affinché lo spettatore possa riconoscerle.

Il passaggio al Barocco e il nuovo ruolo teatrale dei fiori

Nelle grandi pale seicentesche i fiori diventano elementi scenici che guidano lo sguardo e amplificano l’intensità emotiva. Un mazzo può indicare il protagonista, delimitare lo spazio sacro o sottolineare l’eroismo di un martire. Parallelamente, le nature morte floreali uniscono fiori di stagioni diverse, creando bouquet impossibili che raccontano la brevità della bellezza. Rose e gigli, pur splendenti, convivono con segni di deterioramento, ricordando che ogni dono della vita è soggetto al tempo.

Nell’arte barocca la viola assume un ruolo sorprendente rispetto alla sua apparente modestia. È il fiore dell’umiltà, certo, ma in molte nature morte del Seicento diventa anche un segno della precarietà dell’esistenza. Le viole appassite o isolate in un mazzo troppo ricco amplificano il messaggio tipico delle vanitas: tutto ciò che è terreno passa, e solo la dimensione spirituale rimane. Questo significato è particolarmente evidente nelle opere fiamminghe, dove ogni fiore è scelto con estrema precisione simbolica. Una viola semi-nascosta, ad esempio, può rappresentare la virtù che si ritrae, mentre una viola già scurita dal tempo richiama alla fragilità della vita e al destino comune degli esseri umani. È un linguaggio silenzioso, ma di grande intensità morale.

Il sistema simbolico elaborato tra Medioevo, Rinascimento e Barocco sopravvive anche nei secoli successivi, fino ai manuali ottocenteschi della florigrafia. Le associazioni tra rosa e amore, giglio e purezza, viola e modestia restano intuitive ancora oggi. Conoscere questi significati permette di leggere molte opere con maggiore profondità: un fiore apparentemente marginale può rivelare un intero universo di riferimenti religiosi, morali e affettivi.

Con l’Ottocento, la cultura europea si infatua della florigrafia: manuali, repertori, alfabeti simbolici. Eppure questa moda non nasce dal nulla. Molti significati diffusi allora — rosa rossa come sentimento ardente, rosa bianca come innocenza, giglio come purezza, viola come modestia — sono il risultato popolare di un lungo processo di sedimentazione, alimentato da secoli di arte sacra e predicazione.

Studi dedicati alla storia del simbolismo della rosa mostrano come il passaggio dal culto mariano alle dichiarazioni d’amore sia meno netto di quanto si creda: la “rosa mistica”, associata alla Vergine, diventa con naturalezza fiore dell’amata. Allo stesso modo, il gusto sette-ottocentesco per i bouquet decorativi rielabora in versione laica la complessità barocca, mantenendo una trama simbolica sottotraccia. Quando oggi si parla di “linguaggio dei fiori”, si pensa spesso a biglietti romantici, ma dietro quell’apparente ingenuità ci sono altari, pale d’altare e vanitas che hanno educato lo sguardo europeo a leggere i fiori come segni.

È utile ricordarlo: questo vocabolario simbolico non è mai stato una struttura rigida. Le stesse specie possono oscillare tra significati diversi a seconda del contesto, dell’area geografica o delle intenzioni del committente. Studi sulle opere di Jan van Eyck e di altri maestri nordici mostrano come molte “piante di Maria” funzionino anche come “piante di Cristo”, rivelando un sistema simbolico dinamico e spesso ambivalente. Parlare di un alfabeto fisso è una comodità moderna, non un riflesso fedele della complessità delle opere

Alla fine del percorso, ci si accorge che i fiori non sono più semplici dettagli marginali: sono messaggeri silenziosi che custodiscono la memoria spirituale di un’epoca. Riconoscerli significa entrare dalla porta segreta dei dipinti, come chi conosce la combinazione esatta di un codice antico ed una volta decifrato quel linguaggio nascosto, ogni rosa, ogni giglio e ogni viola diventa una voce che continua a parlare attraverso i secoli, invitandoci ad ascoltare ciò che la pittura non dice, ma suggerisce con la delicatezza di un fiore.

Chiavi di lettura generali:

TemaRinascimentoBarocco
Funzione simbolicaCodice morale e religioso integrato nella narrazione sacra; sintesi tra fede e classicità.Potenziamento teatrale del simbolismo; enfasi sulla caducità, sul pathos e sulla presenza spirituale.
Approccio pittoricoOsservazione naturalistica, armonia compositiva, equilibrio tra realtà e allegoria.Iperrealismo, spettacolarità, composizioni ricche e complesse.
Rapporto con lo spettatoreInterpretazione meditativa, basata sulla cultura iconografica condivisa.Coinvolgimento emotivo, forte impatto visivo, messaggi morali immediati.
  • Perché il “giardino chiuso” è associato a Maria?
    Perché dal Medioevo questo passo del Cantico dei Cantici viene interpretato come prefigurazione della verginità e della maternità divina della Vergine, diventando un’immagine liturgica centrale.
  • Cosa rende il giglio così ricorrente nelle Annunciazioni?
    È il simbolo della castità mariana, ma anche una possibile allusione a Cristo stesso. In alcuni contesti, l’angelo sembra offrirlo come anticipazione visiva del Figlio.
  • Che rapporto c’è tra pittura barocca e vanitas floreali?
    Nelle Fiandre e nei Paesi Bassi del Seicento i fiori diventano strumenti per riflettere sulla brevità della vita e sulla futilità delle ricchezze, integrati in nature morte moralizzanti.
  • La “lingua dei fiori” dell’Ottocento è davvero un’invenzione moderna?
    Non del tutto. Molte equivalenze simboliche derivano direttamente dalla lunga tradizione iconografica cristiana e dalla predicazione che ne ha consolidato i significati.
  • I simboli floreali hanno lo stesso valore in ogni dipinto?
    No. Il significato può mutare in base al luogo, all’epoca, al contesto religioso e persino all’intenzione del committente. Non si tratta di un codice uniforme, ma di un lessico in continua trasformazione.

A differenza di altri elementi decorativi, i fiori nei dipinti rinascimentali e barocchi non sono mai puri riempitivi. Spesso entrano nella costruzione narrativa dell’opera: sottolineano un gesto, commentano una figura, anticipano un sentimento. La scelta di un fiore al posto di un altro può cambiare la tonalità emotiva della scena, rivelando la sensibilità dell’artista e le aspettative del committente. Comprendere questi dettagli significa leggere l’opera con occhi più attenti, cogliendo sfumature che sfuggono a una visione superficiale ma che erano ben presenti al pubblico dell’epoca.

Forse, oggi, i fiori continuano a commuoverci perché non spiegano mai troppo. Non impongono significati, li suggeriscono. Un giglio rigido e luminoso può far pensare alla purezza, ma può anche evocare una promessa, una speranza, un momento in cui ci siamo sentiti chiamati a qualcosa di più grande. Una rosa può parlare d’amore, sì, ma anche di perdita, di delicatezza, di una bellezza che sfugge. Una viola può ricordarci che l’umiltà non è debolezza, ma radicamento. Sono simboli elastici, che si adattano alla nostra vita e alla nostra sensibilità, proprio come facevano con chi osservava quei dipinti secoli fa.

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Link esterniSe vuoi saperne un pò di più, leggere qualche articolo scientifico in inglese o delle fonti ufficiali, ti proponiamo degli spunti interessanti.

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